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Questo almeno è il mio obiettivo.
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Brainbow: una tecnica affascinante


Con il termine Brainbow ci si riferisce ad una tecnica sviluppata presso i laboratori di Harvard mediante la quale è possibile visualizzare in modo univoco fino ad un centinaio di cellule diverse.
A cosa serve? Fra le possibili applicazioni quella di creare una mappa dettagliata di una rete complessa di cellule. Pensiamo ad esempio ad i neuroni e alla complessità della rete che costituiscono. Usando le tecniche standard di colorazione sarebbe possibile distinguere "solo" cellule nelle diverse fasi del differenziamento oppure tipologie cellulari diverse, come astrociti, neuroni, … . Questo è utile in molti frangenti ma rende molto difficile distinguere un neurone dall'altro.
Bene, con Brainbow (brain + raimbow) questo limite viene superato. Senza volere entrare in troppi dettagli, la colorazione specifica viene ottenuta dalla presenza contemporanea in una cellula di vettori esprimenti proteine fluorescenti di tipo diverso (verde, blu, rosso, giallo) in numero diverso e del tutto casuale. L'elevato numero di combinazioni ottenibili permette di visualizzare al microscopio a fluorescenza un insieme di cellule complesso come entità discrete.

Ecco alcune delle immagini pubblicate su sito di Cell Picture show. Altre immagini qui
Fibre muscoidi del cervelletto (®Tamily Weissman, Harvard University)

Fibre muscoidi del cervelletto (®Tamily Weissman, Harvard University)

Fibre muscoidi del cervelletto (®Tamily Weissman, Harvard University)
Per chi volesse approfondire l'argomento, ecco alcuni siti utili:

Non vi basta e volete scoprire la potenza analitica di un metodo in grado di rendere trasparente il cervello? Allora date un occhio a CLARITY, il metodo sviluppato nel laboratorio di Karl Deisseroth all'università di Stanford (---> QUI) oppure all'articolo che ho dedicato a questa tecnica sul blog (--> qui).

*** aggiornamento***
Una variante di questa tecnica attuata sul pesce zebrafish è stata pubblicata a marzo 2016 sulla rivista Developmental Cell. Dato che il bersaglio non è qui il cervello ma la pelle del pesce, la tecnica è stata ribattezzata skinbow. Metodo sostanzialmente simile, diverse cellule coinvolte.
Il pesciolino modificato visto da fuori e al microscopio. Ogni cellula è ora distinguibile da quella adiacente
(Chen-Hui Chen, Duke University)

Una sezione del pesce con evidenziate tutte le cellule cutanee
(credit: Chen et al. / Developmental Cell 2016)


A cosa serve? Zebrafish è uno dei più migliori modelli animali per lo sviluppo embrionale. La "colorazione" unica di ciascuna cellula cutanea permette di tracciare il suo sviluppo durante l'embriogenesi e il suo comportamento in seguito a lesioni di aree circoscritte. Un tale metodo permette di rendere il modello zebrafish ancora più informativo quasi come quello offerto da un altro modello (il verme C. elegans) di cui si può predire e monitorare il destino di CIASCUNA cellula del suo corpo (cosa impossibile, finora, per un animale ben più complesso come il vertebrato zebrafish).


Visualizzazione 3D dello strato esterno della cute grazie al metodo skinbow (credit:
Chen et al./Developmental Cell 2016 via Nature.com)


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Immagini della mitosi

Immagini tratte dal sito di Cell/Picture Show
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La mitosi è il processo di divisione cellulare che negli eucarioti da origine a due cellule con identico patrimonio genetico.
Nel video sotto riportato (prodotto da un simpatico e bravo collega di laboratorio ora negli USA) viene mostrata una coltura cellulare al passare del tempo. La freccia mostra una cellula mentre si prepara ad entrare in mitosi.
















Se volessimo congelare le cellule nel momento clou della divisione cellulare l'immagine che si otterrebbe è la seguente
® By George von Dassow, University of Oregon

 le cellule sono in metafase, cioè quella fase del ciclo cellulare in cui i cromosomi duplicati (in giallo) si sono allineati al centro della cellula. L'allineamento risulta dall'azione coordinata di fibre costituenti il fuso mitotico (in azzurro) che agganciano i cromosomi, si allineano al centro e poi ne separano gli omologhi "tirandoli" verso gli opposti centri del fuso, subito prima della divisione della cellulla. Nell'immagine sono presenti cellule in fasi più o meno avanzate della divisione cellulare.

In questa immagine si è invece deciso di visualizzare preferenzialmente il fuso mitotico. Tecnicamente, si usano anticorpi specifici per la tubulina e marcati con un tag fluorescente.
By George von Dassow, University of Oregon

La divisione cellulare procede. I cromosomi sono migrati alle due estremità. La cellula comincia a dividersi.

Altre immagini sono presenti nel sito di Cell.


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HIV: uno sguardo al virus

A volte le immagini sono più suggestive delle spiegazioni.
Quelle che seguono sono alcune immagini ottenute per microscopia elettronica, elaborazione al computer e modellistica strutturale.
Queste immagini sono prese dal sito di una delle più autorevoli riviste scientifiche, Cell, nell'area che, non a caso, si chiama Picture show.
Aggiungo alcune brevi note descrittive per renderle maggiormente godibili. Ricordo che i colori sono o creati al computer o il prodotto della tecnica di rilevazione (ad esempio tag fluorescenti)

By John Briggs, EMBL Heidelberg, Germany
Immagini al microscopio elettronico e le ricostruzioni al computer del virus in sezione (dimensione del virus 120 nm).  In rosso l'RNA.


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Elaborazione al computer del virus (Ivan Konstantinov © Visual Science @cell.com)
)
Ricostruzione al computer di un virus HIV in sezione. Un involucro "rubato" alla membrana cellulare (grigio) proteggerà il virus fino a che infetterà la prossima cellula. Sulla superficie esterna le strutture che emergono sono proteine sia originate dall'ospite (es. proteine classe MHC) che specifiche del virus. All'interno altre proteine è il materiale genetico del virus (RNA).


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D.McDonald and T. Hope, Case Western and Northwestern Un.

Il momento fatale del contatto. Una cellula dendritica (a sinistra grande) che contiene HIV (marcato in verde) fa il suo "dovere" di presentare l'intruso ad una cellula T (più piccola) per attivare la risposta immunitaria. A causa di questo contatto però la cellula T si infetterà permanentemente.


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®By Klaus Boller, Paul-Ehrlich-Institute, Germany
 La "nascita".Virus che fuoriescono dalla cellula infettata (ingrandimento 20000X).



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®Thomas Deerinck, NCMIR, USCD
a destra ingrandimento
In rosso i virus mentre emergono da una cellula in coltura infettata. Le cellule qui usate sono le famosissime HeLa (tumorali e non iil tipo cellulare normalmemte infettato dall'HIV). Per riuscire a cogliere al meglio l'immagine della fuoriuscita del virus, sono stati usati virus mutati in una proteina chiave per il distacco dalla cellula. A causa di tale mutazione il virus rimane "incollato" alla superficie.


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Nuove sindromi da Social Network?

Esiste la sindrome da esclusione in ambito Social Network (SN)?
Una domanda del genere, quantomeno bizzarra fino a pochi anni fa, è oggi una domanda sensata. La crescente percentuale di nativi digitali, la penetrazione dei SN in fasce di età matura e l'inarrestabile tendenza del "sempre connessi" ha richiamato l'attenzione di psicologi e studiosi del comportamento che si sono posti una semplice domanda: il non essere considerati in ambito social ha lo stesso effetto deprimente di quello osservabile nella vita reale?  
Mi correggo. Usare il termine vita reale non è del tutto corretto ... oramai. Per un nativo digitale l'interazione mediata dal SN ha la stessa valenza dell'interazione che per molti di noi era fino a pochi anni fa mediata dal telefonino-base, prima ancora dall'incontrarsi sotto casa (o sui mezzi o …)  o dal ritrovo nel fine settimana. Ora la tendenza è quella del "sempre", e distorsioni patologiche quali la Sindrome da Blackberry, cioè il controllo compulsivo per nuovi messaggi, sono oramai una realtà.
Tornando all'ambito social ci si può chiedere: essere esclusi/non considerati dalla cerchia di amici, apparentemente virtuali ma in senso stretto reali, è paragonabile all'essere/sentirsi esclusi da, per usare un termine vecchio stile, un "capannello di amici"?
Domanda apparentemente non peregrina visto che il team di Joshua Smyth, professore di Medicina e di Igiene Comportamentale presso la Penn State, se ne è occupato in questo articolo.
I due studi da lui coordinati hanno esaminato le percezioni e le reazioni che l'esclusione "faccia-a-faccia" e quella online su una chat room inducevano.
Nel primo studio, a 275 studenti di college venne chiesto di prevedere le loro reazioni se durante una conversazione (di persona o online) si fossero sentiti ignorati. La risposta, in se abbastanza prevedibile, comprendeva sensazioni come disagio e perdita di autostima, indipendentemente dalla situazione in cui fosse occorsa. Il fine della domanda non era conoscitivo in senso stretto quanto di rendere consapevole l'intervistato di una situazione potenziale di stress, di cui fornire una valutazione anticipatrice.  
Nel secondo studio i partecipanti (tester) sono stati suddivisi in due scenari che chiamiamo per semplicità fisico e chat.
Nello scenario fisico viene spiegato loro che avrebbero interagito con altri studenti, dopo di che avrebbero dovuto fornire ad i ricercatori le impressioni sugli altri. Nella realtà durante questi incontri gli "altri studenti" erano stati istruiti ad ignorare deliberatamente i tester.
Nello scenario chat ad i tester viene detto che il motivo dello studio è l'investigare la formazione delle impressioni quando le persone inteagiscono senza vedersi. Nella realtà anche in questo caso i tester vengono deliberatamente ignorati nei loro tentativi di conversazione.
Al termine della prova i tester hanno fornito risposte molto simili su quello che hanno provato nel sentirsi inaspettatamente esclusi. Tuttavia lo stress percepito è risultato essere notevolmente minore rispetto a quello che loro stessi avevano, in media, previsto in una situazione analoga.
La maggior parte dei partecipanti attribuiva l'esclusione come una situazione di cui non avevano colpa, dovuta anzi agli altri individui presenti al test. In altre parole "non è colpa mia, ma sua", un classico meccanismo protettivo che si instaura per non intaccare l'umore e l'autostima.
Da questa serie di test emerge che non vi sono differenze sostanziali fra le interazioni fisiche e quelle in chat. Il che, considerato il massiccio utilizzo del mezzo Social, rende le situazioni di stress potenziale molto numerose.
C'è un altro fatto da considerare. In questo test sono state coinvolte persone giovani, di media cultura e ampiamente addentro alle tematiche social, quindi in un certo senso immunizzate agli stress potenziali. Di maggiore interesse sarebbe stato utilizzare fruitori del mezzo social che non fossero nativi digitali.
Altro cosa da fare sarebbe stato monitorare con parametri biomedici lo stress provato nei due scenari, confrontarlo fra loro e con quello percepito. Questo anche per rilevare sensazioni di stress inconsciamente rimosse ma presenti.
Questo ambito di ricerca è un campo inesplorato per gli psicologi sociali e per lo studio comportamentale della generazione 2.0

Piante fluorescenti

Ricercatori di Cambridge (UK) hanno sviluppato una tecnica innovativa per misurare e mappare l'attività cellulare in piante vive. Mentre approcci similari sono "quasi" routine per lo studio della fisiologia animale, il regno vegetale è stato in parte trascurato per una serie di motivi. In primis motivazioni economici, visto che gli investimenti per la ricerca hanno principalmente finalità bio-farmaceutiche. Infine per ragioni oggettive dovute alle differenze strutturali e di crescita rispetto ad i modelli animali.
La tecnica sviluppata dal laboratorio di Jim Haseloff, descritta in dettaglio su Nature Methods di aprile, sfrutta la tecnologia del DNA ricombinante per produrre proteine fluorescenti in cellule (o in regioni specifiche della cellula) pre-definite. Le proteine fluorescenti sono proteine naturali, presenti nei coralli e nelle meduse, che emettono luce di particolare lunghezza d'onda in seguito alla illuminazione con una altrettanto specifica lunghezza d'onda.
Un esempio delle immagini ottenute è sotto esemplificato.

Credit: Fernan Federici from the Haseloff lab
 Il particolare di questa immagine mostra una porzione delle radici di Arabidopsis thaliana in cui il verde deriva dalla GFP (green fluorescent protein) espressa solo sulle membrane cellulari mentre il viola deriva dalla RFP (red fluorescent protein) fatta localizzare solo nei nuclei.

 L'espressione di queste proteine crea di fatto una mappa cellulare che seguita nel tempo, ed elaborata con speciali algoritmi, ha permesso ad i ricercatori di ottenere informazioni sulla dinamica cellulare.

Il vantaggio di questa di tecnica è la possibilità di studiare le caratteristiche cellulari di una pianta intatta e vitale, e di esportare i dati (intensità del segnale, localizzazione, etc) in modalità digitale per permettere al computer di elaborare modelli.

Altre immagini dall'articolo, qui.

(Sullo stesso argomento: progetto piante luminescenti; batteri al neon)



capire gli antibiotici ... studiando altro

La ricerca finalizzata alla sintesi di molecole ad attività antibatterica è di sempre maggiore importanza con il crescere dei ceppi batterici pluri-resistenti agli antibiotici. Il classico esempio del Mycobacterium tubercolosis (TBC) di cui sono stati trovati ceppi resistenti a 7 tipologie (non solo isoforme) di antibiotici diversi, penso possa rendere bene l'idea della problematica.
Una situazione conseguente all'uso sconsiderato di queste molecole negli ultimi decenni che, se non affrontata adeguatamente, porterà ad una catastrofe sanitaria. Esagerazioni? Non la pensa così l'Organizzazione Mondiale della Sanità che ha emanato linee guida per l'uso controllato e motivato della terapia antibiotica.
Per farsi una idea del problema si pensi a tutte le situazioni in cui la terapia antibiotica è necessaria: interventi chirurgici; malattie infettive di natura batterica (tifo, colera, ...,  la lebbra facilmente curabile oggi con l'antibiotico) ma anche semplici infezioni (ascessi, abrasioni, …). Problematiche queste che trattiamo quasi senza pensarci ma che fino a 70 anni fa erano causa nei paesi occidentali di elevati tassi di mortalità.
Non è un caso quindi se ingenti finanziamenti sono stati erogati per studiare la fisiologia batterica, una branca della ricerca che era passata in secondo piano in quanto considerata sufficientemente caratterizzata.
Grazie a questo rinnovato interesse emergono nuovi dati come quello, inatteso ma molto interessante, pubblicato su Science da un gruppo del MIT di Boston.

Il gruppo di Graham Walker era  impegnato a studiare per quale motivo l'espressione deregolata della DNA polimerasi IV, enzima coinvolto nella riparazione del DNA, nel comune batterio Escherichia coli, fosse tossica per il batterio stesso. Mentre venivano indagate le basi molecolari di questa tossicità sono emersi dati inattesi: si è visto che uno degli elementi chiave della tossicità era l'ossidazione di uno dei "mattoni" del DNA, la guanina. La guanina è la base azotata del nucleotide guanosina che, in seguito ad ossidazione, si trasforma in 8-oxo-guanina. 

8-oxo-guanina si appaia alla Adenina
Appaiamento corretto









La 8-oxo-guanina è "mutagenica" in quanto forma delle regioni di alterato appaiamento nel DNA: 8-oxo-guanina / adenosina invece di guanina/citosina.

Quello che è nuovo è antibiotici quali i beta-lattami (penicillina e derivati) ed i chinoloni (ciprofloxacina) esercitano l'azione battericida ANCHE (oltre ad i meccanismi noti) inducendo l'ossidazione di queste basi azotate, che quando elevata porta alla morte dei batteri non più in grado di riparare l'eccessivo numero di rotture del DNA.
Ancora di maggiore interesse l'osservazione che un'altra classe di antibiotici, gli aminoglicosidi (ad esempio la gentamicina) di cui si conosceva solo genericamente la modalità di azione (inibizione della sintesi proteica batterica), si comprende ora come molto la tossicità indotta derivasse dalla incorporazione della 8-oxo-guanina nel RNA nascente provocando anomalie nella traduzione da RNA a proteine.
Una serie di osservazioni queste molto importante per sviluppare terapie antibatteriche sempre più specifiche e, possibilmente, meno sensibili allo sviluppo di batteri resistenti.

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Altri post sull'argomento antibiotici: 1 ; 2 

criptocromi e magnetopercezione

I criptocromi sono dei fotorecettori, presenti nelle piante, sensibili a lunghezze d'onda corrispondenti al blu.
Proteine appartenenti a questa famiglia, coinvolta in complessi processi regolativi che spaziano dal ritmo circadiano allo sviluppo, sono state tuttavia trovate anche in insetti, animali e, in base ad omologia, anche in un gene batterico, la fotoliasi.
In un recente articolo apparso su PNAS, Maeda ha scoperto che (senza entrare in eccessivi tecnicismi) l'interazione con il cofattore flavin adenine dinucleotide (FAD) trasforma queste proteine in magnetorecettori. 
In breve, mediante studi spettrofotometrici condotti su batteri e piante, si è visto che la luce causa un trasferimento elettronico da un aminoacido, il triptofano, al FAD trasformandolo in un radicale anionico (cioè reattivo e carico negativamente). Sottoponendo le cellule ad un campo magnetico appena superiore a quello terrestre viene favorito il processo inverso. In modo visivamente semplificato variazioni del campo magnetico, percepibili variando la propria posizione, possono essere sentite molecolarmente.
Il dilemma del perfetto senso d'orientamento degli uccelli



Gli autori consapevoli che i modelli testati non sono ideali (piante e batteri non sono noti in quanto a capacità connesse alla percezione del campo magnetico) si apprestano a testare questa loro osservazione, cioè la scoperta di un meccanismo molecolare per percepire la variazione del campo magnetico terrestre, sugli uccelli.






Rimaniamo in attesa di ulteriori dati.

Sonda spaziale Messenger: dati su Mercurio

La sonda spaziale Messenger da marzo 2011 è in orbita eccentrica, con periodo di 12 ore, attorno a Mercurio, il pianeta più interno del sistema solare.   
emsfero sud di Mercurio (vedi NASA
 Uno degli scopi di questa missione, lo studio del campo gravitazionale di Mercurio è stato portato a termine nei primi cinque mesi dall'entrata in orbita della sonda. I dati fino ad ora ottenuti sono stati pubblicati su Science (Maria Zuber et al. e David Smith) e sono il risultato della collaborazione fra scienziati del MIT e della NASA.

Chiaramente visibile un cratere vulcanico del diametro di 80km
La prima parte dello studio che si è focalizzata su una serie di scansioni radio del pianeta ha mostrato che la struttura interna del pianeta differisce da quella degli altri pianeti di tipo terrestre (per dimensioni e "rocciosità", in contrasto con i la natura gassosa dei pianeti esterni giganti) del sistema solare, Venere e Marte. I risultati indicano che la struttura di Mercurio comprende una parte esterna, la crosta, ricca di silicati  sotto la quale vi è una struttura semi-solida ad alta viscosità, il mantello, a diretto contatto con un nucleo composto da strati progressivi molto ricchi di solfuro di ferro più esterno, di ferro e forse di un parte centrale solida. L'estrema ricchezza di ferro, che occupa l'85% del nucleo,  permette di spiegare come mai la gravità di Mercurio sia simile a quella di Marte nonostante Mercurio sia notevolmente più piccolo. 
La seconda parte dello studio ha invece sfruttato i dati ottenuti attraverso rilevazioni altimetriche laser, un lavoro che ha permesso di costruire una mappa topografica dell'emisfero nord di Mercurio. Di particolare interesse il fatto che le variazioni nell'altezza dei "rilievi" sono molto meno pronunciate di quelle osservabili su Marte (monte ….) o sulla Luna. Questo dato potrebbe essere spiegato dalla presenza di una attività tettonica, quindi rimodellante, e vulcanica (osservata) che invece è assente su Marte e la Luna.

Le scimmie "leggono" ?

... le scimmie "leggono"...

... questo incipit parrebbe estremo anche al più strenuo amico dei nostri lontani cugini primati.
Eppure dati recentemente pubblicati indicherebbero che nelle scimmie esista la capacità alla base per potere leggere. Sono in grado  non solo di distinguere un segno "sensato" (lettere) da uno casuale (questo però è stato dimostrato anche in altri animali meno "evoluti"), ma anche di riconoscere la composizione delle lettere, in altri termini le parole.
Fino ad ora si riteneva che questa abilità fosse secondaria allo sviluppo di un linguaggio complesso, cosa ovviamente assente nei primati, perlomeno ad i livelli di complessità necessari.
E' altrettanto vero però che la "meccanica ortografica" è anche un processo visivo, visto che impariamo a riconoscere le lettere come oggetti discreti. L'abilità a leggere è in generale legata alla capacità di distinguere il simbolo (lettera), assemblarlo ad altri simboli (parola), trarne un associazione mentale (parola-significato) ed infine acquisire la capacità di astrazione che permette di riconoscere calligrafie diverse.
il babbuino mentre nel display sceglie le parole vere
Nel lavoro di Jonathan Grainger (Science 13 April 2012) si sono testate le abilità ortografiche nei babbuini. Ad i babbuini, nati in cattività ma allevati in spazi semi-naturali in cui vivere, è stato insegnato a distinguere parole (insieme di lettere) inglesi da una combinazione di lettere simili ma senza alcun senso. La loro abilità nell'imparare a "leggere" le parole vere ha stupito i ricercatori. Un punto fondamentale va detto. Non stanno veramente leggendo (manca l'associazione) ma si sono dimostrate in grado di operare distinzioni visive (ed associative) estremamente complesse. Distinzioni alla base del saper leggere.

Questa serie di osservazioni smantella l'assunto precedente: riconoscere le parole non necessità di abilità linguistiche pregresse.  


Ipercolesterolemia: nuovi farmaci in arrivo

Dopo le Statine un nuovo farmaco all'orizzonte per il trattamento della ipercolesterolemia, questo è quanto emerge da un articolo pubblicato su New England Journal of Medicine di aprile.
Almeno potenzialmente, visto che il trattamento è appena entrato nella fase 3 della sperimentazione clinica, la fase più critica in quanto coinvolge un numero molto elevato di pazienti e sui cui dati verrà emesso il verdetto di approvazione (o rigetto o richiesta di nuovi dati) da parte delle autorità regolatorie americane. Un percorso non banale ma che rappresenta il punto immediatamente precedente il traguardo.
Va detto che il farmaco, sviluppato dalla americana Regeneron, a differenza delle Statine appartiene alla nuova generazione dei farmaci, quelli cosiddetti biologici in quanto non derivanti da sintesi chimica ma originati in cellule. Per la precisione si tratta di un anticorpo diretto contro la forma immatura della proteina convertase subtilisin/kexin type 9 (PCSK9). Questa proteina coinvolta nel turn-over del recettore per il colesterolo LDL è parte del processo che aumenta LDL nel sangue. L'anticorpo agendo, e inattivando, la PCSK9 avrebbe come effetto quello di fare aumentare i livelli di recettore sulle cellule epatiche e di favorire quindi la rimozione del LDL dal sangue.

NEJM|Original article (Mar. 22, 2012)
I dati appena pubblicati, riferiti alla fase 2, mostrano chiaramente che dopo l'iniezione dell'anticorpo si ha una riduzione del 64% del LDL ematico, effetto che persiste per 4-6 settimane.
Non solo, questo effetto si somma a quello prodotto dalle statine.
Riassumendo mentre le statine aumentano il livello di recettori presenti, l'anticorpo li rende più stabili.
 
Dato il mercato esistente, le potenzialità di ritorno economico associate sono estremamente interessanti. Non sorprende quindi scoprire che siano in fase di studio clinico altri 4 farmaci (3 anticorpi ed un siRNA) diretti sempre contro PCSK9

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Aggiornamento su HDL e LDL, qui
Lle nuove linee guida per il trattamento del colesterolo, qui

Primo vaccino contro l'epatite E

Virus Epatite E
Il primo vaccino contro il virus dell'epatite E, è stato approvato dalle autorità competenti in Cina. Il nome commerciale del vaccino è Hecolin ed è prodotto dalla Xiamen Innovax Biotech. Questo è quanto emerge da un fondo pubblicato su Nature Biotechnology da Allison Proffitt (12 april, 2012).
Lo studio clinico (i cui dati preliminari erano comparsi su Lancet nel 2010), condotto su circa 100.000 partecipanti, non infetti, di età compresa fra i 16 e 65 anni, ha mostrato una protezione dal contrarre l'infezione, del 100% nei primi 12 mesi e del 95,5 % a 19 mesi. Sebbene i dati di protezione a lungo termine non siano ancora disponibili (essendo questa parte dello studio non ancora conclusa) la protezione a 4 anni è, secondo fonti interne, molto alta.
I partecipanti, randomizzati e trattati in cieco, hanno ricevuto il vaccino in test ed un vaccino contro l'epatite B, quindi del tutto non correlato, come controllo.
Il vaccino usato è una proteina ricombinante del virus, una tipologia di vaccino che evita le problematiche connesse con l'utilizzo di virus inattivati.


Il virus dell'epatite E è endemico in asia centrale e indocina, in nord-Africa e Africa occidentale, e in Messico. Come nel caso del virus dell'epatite A la trasmissione è per via oro-fecale (cibo  e acqua contaminati) e non causa un aumento nella frequenza di tumori epatici o in altri distretti corporei. L'infezione tuttavia può avere serie conseguenze. Secondo stime della Organizzazione Mondiale della Sanità sono 14 milioni i casi sintomatici con una mortalità annua intorno a 300 000 persone.

Occorre precisare che l'approvazione è al momento limitata alla Cina. L'iter regolatorio che porta alla, eventuale, approvazione dei farmaci segue percorsi separati nei diversi paesi. Così abbiamo che in ambito EU è regolata dalla EMA (ex EMEA), negli USA dalla FDA, e via dicendo per Giappone, Australia e Canada. Sebbene esistano, soprattutto fra EMA e FDA delle collaborazioni specifiche, nella quasi totalità dei casi il percorso regolatorio (ed i relativi studi clinici) segue percorsi separati.

Al momento non mi risulta essere attivo alcuno studio clinico in paesi occidentali, per ottenere l'approvazione del vaccino sviluppato dalla Xiamen Innovax Biotech.

(Articolo successivo su Farmaci e Epatite C)

Mappare l'intelligenza: un passo avanti

Porsi la domanda se sia possibile mappare precisamente la sede dell'intelligenza umana potrebbe sembrare un lavoro "poco intelligente" data la complessità del fenomeno e il concetto stesso di intelligenza come risultato di una interazione tra diverse aree. Alle stesse conclusioni (approccio inutile) giungerebbero anche i tanti convinti che tali capacità appartengano ad una sfera metafisica, quindi non analizzabile con i nostri mezzi "terreni".
La mentalità scientifica tuttavia non si contenta di descrivere il visibile o come pur splendidamente fa la filosofia, di affrontare il problema a livello teoretico.
Il metodo scientifico impone la verifica sperimentale per potere giungere alla comprensione dell'evento.
Questo approccio nel campo delle neuroscienze è tuttavia limitato dalla complessità delle domande a cui si cerca di dare una risposta. Non è un caso quindi che neuroscienziati siano dotati di "marcia" in più per la loro capacità di pensare fuori dagli schemi e di enorme cultura, tutti fattori che si riflettono in una innovativa capacità sperimentale.
Basterebbe citare i vari Oliver Sacks, Vilayanur Ramachandran, Antonio Damasio, etc per avere una idea delle conoscenze scientifiche ed umanistiche connaturate a questo tipo di scienziati. Dai loro libri traspare sempre come il punto di partenza di ogni indagine neuroscientifica ci sia un caso clinico (spesso unico) e la persona. Se non si capisce la persona è ben difficile pretendere di capire la malattia come invece è lecito fare per gran parte delle patologie in altri distretti corporei.
E' l'analisi delle similitudini tra casi apparentemente diversi che diviene possibile associare lesioni cerebrali a funzioni specifiche "di alto livello" quali il riconoscere persone (prosopagnosia), i ricordi, le emozioni, … , tutte funzioni non analizzabili usando i pur fondamentali modelli animali.
Su questa falsariga concettuale si fonda l'articolo pubblicato sulla rivista Brain dal team di Aron Barbey del Decision Neuroscience Laboratory della università dell'Illinois, che ha studiato 182 veterani della guerra del Vietnam con danni cerebrali estremamente localizzati.
Nota. La scelta dei soldati come un campione ideale per questo studio le lesioni traumatiche hanno una maggiore probabilità di essere focalizzate in aree specifiche al contrario delle affezioni patologiche. I pazienti ischemici, ad esempio. presentano, al contrario dei soldati, danni generalmente molto estesi a carico di regioni cerebrali multiple tale da rendere molto difficile individuare la zona responsabile di una data capacità intellettiva danneggiata. Al contrario i danni traumatici da pallottola o da altri eventi traumatici possono essere estremamente localizzati (i libri di Oliver Sacks sono pieni di casi esplicativi a tal proposito).
Barbey et al (Brain, in press)
Per correlare il danno con la funzione deficitaria, i veterani sono stati analizzati mediante TAC e sottoposti ad una serie di test cognitivi. I dati ottenuti dalle scansioni sono stati quindi divisi in unità di volume 3D chiamati voxel.
Dall'analisi dei pazienti con danni nello stesso voxel (o in gruppi di voxel) e dalla comparazione con i deficit/capacità cognitive associate, i ricercatori sono stati in grado di identificare le regioni cerebrali in cui le funzioni indagate (fra cui anche le capacità intellettive) risiedono.


Di seguito alcuni dei risultati ottenuti:
   •    le regioni associate alle capacità di pianificazione, self-control e di esecuzione (in giallo nella figura) si sovrappongono in modo significativo con le zone deputate alle capacità intellettive (in arancione). In rosso sono le indicate le zone in comune fra le due.
    •    l'intelligenza non risiede in una sola regione ma coinvolge più regioni, sebbene specifiche, che interagiscono fra loro in modo coordinato. Le strutture coinvolte sono localizzate principalmente nelle zone della corteccia prefrontale, temporale e parietale sinistra oltre che nelle zone della materia bianca che connnette queste regioni
    •    l'intelligenza dipende dalla capacità del cervello di integrare le informazioni da processi verbali, visivi, spaziali ed esecutivi.

Questo lavoro è un primo passo per indagare le basi dell'intelletto avvalendosi di approcci "vecchia scuola" (i pazienti con danni traumatici) rinforzati dalle conoscenze molecolari (in questo articolo troppo poco usati) e dagli strumenti tecnologici oggi disponibili.


L'intervista ad Aron Barbey è qui.

Studiare i pinguini con il ... satellite

©wikimedia
Cosa hanno in comune la tecnologia spaziale e la ricerca zoologica? Fino a poco tempo fa l'unico legame era il potenziale utilizzo dei telescopi spaziali per cercare forme di vita extra-terrestri.
Fortunatamente ci sono scopi di utilizzo immediato come dimostrato in un articolo appena pubblicato su PLoS ONE
In questo articolo si mostra come le immagini satellitari possano essere utilizzate per censire forme di vita sul nostro pianeta, con finalità naturalistico-ecologiche.

Due gruppi di ricerca anglo-americani appartententi alla British Antarctic Survey e alla University of Minnesota hanno sfruttato immagini satellitari ad alta risoluzione per stimare il numero di pinguini imperatore sparsi nelle diverse colonie lungo la costa antartica. Le tecniche di elaborazione dell'immagine usate hanno permesso di distinguere gli uccelli dal ghiaccio (grazie al loro piumaggio bianco-nero), le ombre dei pinguini ed i depositi di guano.

Da questo studio risultano essere presenti 595000 pinguini (quasi il doppio dell'atteso) distribuiti in 44 colonie lungo la costa. Sette di queste colonie erano sconosciute.

Immagine dal satellite
Oltre al risultato naturalistico questo studio dimostra la fattibilità di un approccio non invasivo (che troppo spesso altera la scena osservata) per indagare regioni difficilmente accessibili. Regioni dove la temperatura può scendere fino a -50°C e dove la preservazione ecologica è fondamentale.
(video: servizio andato in onda sulla BBC)

Una breve riflessione sul caso "neutrini"

Articolo precedente sui neutrini --> qui

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A distanza di qualche settimana dall'implosione del fenomeno neutrini vorrei fare alcune brevi considerazioni a mente fredda sul modo pessimo con cui la faccenda è stata gestita e che ha portato alle giuste dimissioni del fisico coinvolto.

®lelecorvi.com
Si tratta, precisiamo, di dimissioni dal ruolo di coordinatore centrale del team Opera e non dalle sue mansioni scientifiche. Giusto perchè non si è trattato di dolo mediante la pubblicazione di dati falsi ma di errori comportamentali dettati da scarsa prudenza e dalla voglia di apparire. Un peccato umano ma che è un ossimoro nel campo scientifico. Nella Scienza uno degli elementi essenziali è la validazione dei dati mediante ripetuti controlli PRIMA di ogni tipo di annuncio.
Voglio spezzare un'altra lancia in favore di Antonio Ereditato: le colpe nella spettacolarizzazione della comunicazione le condivide con altre persone che definire avvezze ad i riflettori è un eufemismo (e che hanno in comune con Einstein solo i capelli. A buon intenditor ... ).
Riassumiamo
1) il professor Zichichi il 21 settembre telefona a “il Giornale”, con cui spesso collabora, è confida in anteprima la grande scoperta: "neutrini più veloci della luce". 
2) Qualche mugugno da parte degli scienziati al Gran Sasso visto che, pur avendo Zichichi un ruolo importante come fondatore di molte delle strutture di ricerca del Gran Sasso, non era in questo frangente la persona in primo piano nell'esperimento. Risolto con chiarimenti sulla paternità della "scoperta".
3) notiziona che ovviamente fa subito il giro del mondo vista la fonte e le conseguenze di tale affermazione.
4) richiesta di aiuto alla comunità scientifica per la ricerca di eventuali errori.
5) Il team coordinato da Carlo Rubbia smentisce con l'esperimento Icarus i risultati dell'esperimento Opera. Lo fa secondo tutti i crismi scientifici: con un articolo pubblicato sulla rivista di settore ArXiv.
6) Anche Zichichi smentisce i dati di Opera con l'esperimento LVD.


Caso chiuso
"Avevo ragione io!"
Dove gli errori comportamentali? Qualunque scienziato sa che i dati, per quanto potenzialmente interessanti, NON si comunicano sui quotidiani, con interviste televisive, etc. se non dopo la comunicazione al mondo scientifico.
Esistono due modi: pubblicazione di un articolo su riviste scientifiche attraverso il processo del peer reviewing; presentazione di dati ad un congresso.
Quest'ultima modalità è da preferire qualora, come in questo caso, non siano disponibili dati iper-controllati (quindi non sufficienti per essere pubblicati) e si voglia stimolare altri laboratori ad eseguire controlli incrociati. La paternità dell'eventuale scoperta verrebbe mantenuta e brutte figure evitate.

Riguardo a Zichichi che prima si getta in un annuncio urbi et orbi e poi da ultimo smentisce i dati in quanto non validati ... beh ... forse in questo approccio sta la distanza siderale con uno che il premio Nobel l'ha vinto, Carlo Rubbia.

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clicca il tag "Dimensione X" per i post su argomenti in cui il rigore scientifico si scontra contro pratiche "ideologiche" o peggio "illogiche".

Quale il futuro delle missioni marziane

Che i tagli alla spesa americana abbiano pesantemente condizionato la NASA è qualcosa che vediamo oramai da diversi anni. La chiusura del programma Shuttle in attesa di qualcosa di non meglio definito ne è una riprova. Non dovremmo quindi stupirci del fatto che pochi giorni fa la NASA abbia annunciato il ritiro dalle missioni congiunte con l'ESA (European Space Agency) il cui programma prevedeva l'invio di nuove sonde (e dei rover associati) su Marte nel 2016 e 2018. Come riportato dall'Associated Press, queste missioni erano finalizzate al trasporto verso la Terra di terreno e rocce dal pianeta rosso per essere meglio analizzati.
 
Secondo una dichiarazione di John Grusnfeld, un astrofisico con 5 esperienze di volo spaziale sullo Shuttle, questo è l'ovvio risultato dei continui tagli al budget. Tagli a cui la NASA ha cercato di ovviare seguendo il classico pragmatismo americano: ha attivato il Mars Program Planning Group (MPPG) allo scopo di incoraggiare scienziati e ingegneri da ogni parte del mondo a contribuire con nuove idee a sviluppare future missioni marziane imperniate sulla robotica. 

Chiunque volesse partecipare può consultare questo sito ed inoltrare la proposta in modo altrettanto semplice.

Qui faccio un inciso: mi viene da ridere se paragono l'efficienza americana con qualunque dei nostri concorsi sulle cui procedure barocche e lentezza atavica è meglio sorvolare.


In tutto questo la cosa triste è che a ben guardare le risorse di cui necessita la NASA sono ampie ma ben poca cosa rispetto al budget totale americano.
Secondo la stima pubblicata dal bene informato Huffington Post i tagli al programma marziano ammontano a meno del 2% del budget annuale della NASA, che è a sua volta meno dello 0,5% del budget totale americano. 
Poca cosa apparentemente ma di potenziale forte (e negativo) impatto sulla sostenibilità di uno dei programmi di maggior successo scientifico e di immagine (sostegno popolare e internazionale) fra quelli gestiti negli ultimi anni dalla NASA.

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precedenti post sull'argomento 1, 2, 3

Una .357 ti fa sembrare più grosso. Lo sosteneva anche Callaghan

E poi non si dica che l'ispettore Callaghan (anzi Callahan come da film originale) non aveva ragione a dotarsi di una Magnum per incutere terrore ad i delinquenti della San Francisco degli anni '70! 
A dare ragione a dirty Harry ci pensa una ricerca molto seria pubblicata dal gruppo di Daniel Fessler, direttore del Center for Behavior, Evolution and Culture della UCLA, sull'ultimo numero di PLoS ONE. Fessler che di mestiere fa l'antropologo si è chiesto se siano validi anche nell'uomo quei meccanismi mimici che quasi ovunque nel regno animale tendono a iper-valutare, a scopo precauzionale, una minaccia. Per la serie meglio una fuga in più che una mancata.
L'esperimento, o meglio la serie di esperimenti condotti ha mostrato che il tipo di oggetto tenuto in mano da un soggetto, nascosto ad un osservatore terzo, modifica in quest'ultimo l'immagine del possessore dell'oggetto. 
Oggetti mostrati nel test (®PLoS ONE)

Molto più semplicemente: se si mostrano prima mani che reggono n oggetti diversi (dal pennello ad una 357) e poi n uomini di dimensioni diverse l'oggetto più pericoloso sarà associato al soggetto più alto e/o muscolare. Inoltre alla richiesta di valutare l'altezza del "possessore" della mano che impugnava la pistola, una percentuale statisticamente significativa di intervistati la soprastimava. Nel caso di oggetti "innocui" invece la tendenza era di indicare altezze nella media.
Vale la pena precisare che i soggetti e le mani erano privi di segni distintivi potenzialmente in grado di fornire indizi fuorvianti, come ad esempio colore della pelle, sesso, tatuaggi, cicatrici, etc.
Questa prima serie di test sono stati condotti su 628 individui.

La seconda serie di studi è stata condotta su 100 individui ed è di tipo associativo.Dopo avere mostrato tre oggetti (pistola ad acqua, pennello e coltello da cucina) si chiedeva agli intervistati di associarli liberamente ad un bambino, ad una donna oppure ad un uomo. In questo caso le risposte indicavano una associazione di tipo più funzionale che legata all'aggressività. Il pennello era associato all'uomo, il coltello alla donna e la pistola ad acqua al bambino.
Se però venivano mostrati questi stessi oggetti ma in mano maschili (test fatto su 541 persone) e veniva poi chiesto di immaginare l'altezza e la prestanza muscolare degli individui che li maneggiavano, invariabilmente il coltello veniva associato ad i maschi più grossi.

Come chi si difende cerca di trasmettere un immagine di maggiori dimensioni così chi avverte una potenziale minaccia pensa ad i peggiori fra gli avversari possibili. In assenza di "stress" invece l'associazione sarà più ragionata.

Siphusauctum gregarium: affascinanti creature fossili

Se io dico Siphusauctum gregarium è molto probabile che nessuno, me compreso fino a pochi giorni fa, capisca a che cosa mi riferisco. Eppure questo fossile venne scoperto nel lontano 1983 in una struttura rocciosa delle montagne canadesi, le Burgess shale, suscitando da subito una certa curiosità a causa della sua forma a tulipano.
Siphusauctum gregarium fossili
Ora dopo molti anni di paziente lavoro analitico comparando i diversi fossili emersi si è giunti ad una spiegazione circa la funzione della struttura a tulipano di questa creatura. Il lavoro è descritto nell'articolo pubblicato sulla rivista PlosOne da Jean Bernard Caron.
Lo Siphusauctum era una creautura di piccole dimensioni (circa 20cm) e molto antica, risalente a circa 500 milioni di anni fa, quindi in piena era Cambriana quando i dinosauri erano ancora di la a venire ed il mondo acquatico pullulava di esseri fra i quali ben noti sono i Trilobiti.
L'ipotesi corrente è che la porzione a forma di calice servisse come apparato filtrante per l'acqua che, pompata in esso attraverso dei piccoli fori, permettesse a questa creatura di alimentarsi.
Il nome della specie, gregarium, dice molto sulle sue abitudini "sociali" cioè il vivere in grosse colonie, fatto provato dal ritrovamento di gruppi costituiti da almeno 60 individui. 




Il pedicello permetteva ad essa di ancorarsi al terreno mentre il calice oscillava nella corrente filtrandone i contenuti.

Ricostruzione del Siphusauctum gregarium

Molti dubbi rimangono da un punto di vista tassonomico. A parte l'ovvia appartenenza ad i Metazoi e la straordinaria somiglianza con il ‪Dinomischus‬, poco si conosce filogeneticamente. Potrebbe non avere lasciato "eredi" ed essere una delle tante forme di vita pluricellulare sviluppatesi nel Cambriano sfortunate da un punto di vista competitivo.


(articolo successivo sui fossili del periodo Cambriano -->  QUI)

Tumore dell'esofago: un passo avanti

Novità interessanti emergono da un articolo pubblicato su Cancer Cell dal gruppo di Timothy C. Wang,  della Columbia University, sull'adenocarcinoma dell'esofago.
Dati circa l'origine della malattia, le cellule coinvolte e bersagli utili per la terapia di un tumori il cui tasso di incidenza è fra i maggiori negli USA. 
Cosa si sa di questo tumore?
L''evento (o uno degli eventi) iniziatore è il riflusso gastroesofageo, un disturbo fastidioso e comune, per il quale la bile e altre componenti acide fuoriescono dallo stomaco verso l'esofago provocando, a lungo andare, irritazione ed infiammazione della mucosa esofagea. Lo stato infiammatorio ha come effetto secondario quello di stimolare la proliferazione delle cellule staminali presenti nella zona intermedia che in seguito migrano verso l'esofago.
La cronicizzazione di questo disturbo (e degli stimoli ad esso associati) da luogo al cosiddetto esofago di Barret, una condizione precancerosa presente nel 10% delle persone con riflusso gastroesofageo e nell'1% degli adulti americani. Il vero problema associato all'esofago di Barret è l'essere associato ad un aumento di 30-40 volte il rischio di sviluppare, con il tempo, l'adenocarcinoma dell'esofago, un tumore la cui prognosi è in molti casi infausta.
Uno dei problemi principali riscontrati finora nello sviluppare terapie idonee era l'assenza di un valido modello animale, necessario per validare farmaci sperimentali. Il lavoro di Wang ha posto rimedio a questo deficit grazie alla creazione di un topo transgenico (cioè un topo che esprime un gene "alieno" o deregolato) per uno dei fattori principali nell'infiammazione, l'interleukina-1. Risultato è un modello animale per l'esofagite, uno stato predisponente la malattia in esame.
Su questo modello sono stati testati diversi farmaci, fra i quali  si è visto che molecole aventi azione inibitoria del pathway di Notch, erano in grado di bloccare la proliferazione incontrollata delle cellule e di abbassare considerevolmente la frequenza con cui si aveva la transizione da sindrome precancerosa a tumore vero e proprio.
Un dato importante e necessario perchè possano essere testate molecole adeguate, per sicurezza ed efficacia, in un trial clinico su esseri umani.

Dopo Curiosity ... Tumbleweed

Nel post di ieri si parlava della sonda Curiosity ed il video dava una buona rappresentazione visiva di come la sonda raggiungerà la superficie marziana. Ho pensato di aggiungere anche un video dove Steven Lee del JPL spiega più in dettaglio la missione.




Curiosity rappresenta, sebbene debba ancora mostrarci le sue capacità, lo stato dell'arte odierno delle sonde robotiche spaziali. La curiosità però è tanta ed una sbirciatina alle sonde prossime venture vale proprio la pena di darla.
Quello che segue è un video sulla sonda Tumbleweed, una delle sonde in fase di progettazione che, fatti salvi i tagli miopi alla ricerca spaziale americana, potrebbe darci tante nuove informazioni sul pianeta Marte.
 

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aggiornato qui

post atterraggio agosto 2012 1

Sonda Curiosity


In un post di qualche tempo fa avevo introdotto, sebbene di sfuggita, il discorso sulla sonda Curiosity che raggiungerà Marte il prossimo agosto.
Lo scopo della missione è quello di cercare forme di vita mediante l'ausilio del più sofisticato laboratorio mobile mai inviato sulla superficie di un pianeta. Il successo ben oltre le aspettative delle missioni precedenti (lander Sojourner, Spirit, Opportunity) ha amplificato le aspettative per i risultati che questo rover ipertecnologico potrà fornire.

aggiornamenti sulla missione -->  articoli 1 e 2 e infine il momento dell' atterraggio 3

Non tutti siamo uguali ... di fronte alla TBC

Il ritorno della tubercolosi nei paesi occidentali rappresenta un amaro risveglio dal convincimento comune a molti che questa fosse una malattia del passato. L'aumento del commercio dovuto alla globalizzazione, gli elevati e poco controllati flussi migratori da paesi in cui la tbc è diffusa e non ultimo la comparsa di ceppi batterici ultra-resistenti agli antibiotici, sono tutti elementi che contribuiscono alla insorgenza di un rinnovato problema sanitario.
Mycobacterium tubercolosis
Interessante quindi è la ricerca condotta congiuntamente fra gruppi di ricerca di Harvard e della Washington University in USA, del Kings College di Londra e di una unità della università di Oxford con sede in Vietnam. Il messaggio centrale del lavoro pubblicato sulla rivista Cell, è che la capacità di un organismo di affrontare il batterio è in larga parte determinata geneticamente. 
Di particolare importanza è la sequenza del gene LTA4H, gene che codifica per una proteina coinvolta nella produzione dei leucotrieni, molecole di natura lipidica, il cui ruolo è importante nel bilanciare le attività pro- e anti-infiammatorie. L'infiammazione è un meccanismo di difesa primario, veloce ma non specifico. Se assente l'organismo non ha il tempo di montare una risposta specifica (mediante gli anticorpi e cellule specializzate), se eccessiva crea danni anche irreparabili ad i tessuti sani.
Ed è nell'ambito del controllo del processo infiammatorio che le varianti scoperte del gene LTA4H, acquistano importanza. Varianti che prendono il nome di polimorfismi e non di "mutazioni" in quanto presenti nella popolazione con una frequenza  superiore all'1%, alleli quindi a diffusione rilevante. Le varianti identificate non sono silenti: causano sostituzioni aminoacidiche nella proteina LTA4H responsabili di una risposta infiammatoria rilevantemente superiore o inferiore, nei diversi casi, rispetto a quella standard.
A causa della frequenza non trascurabile di questi alleli, e a seguire del fatto che essi non siano associati a patologie, il numero di eterozigoti risultanti (normale/low, low/high, normale/high) è prevedibile.
Bene, si è visto in questo studio che alcune forme di eterozigosi (quelle con high/low) erano in grado di montare una risposta infiammatoria sufficiente, ma non troppo forte, per contenere l'infezione da micobatteri. 
Soggetti omozigoti (debole/debole o forte/forte) risultavano invece più sensibili ad infezioni di grave entità. Infatti mentre una risposta debole non è in grado di contenere il titolo batterico, una risposta eccessiva porta alla morte dei macrofagi, gli agenti cellulari in prima fila nella risposta veloce a batteri grazie alla loro attività fagocitaria, a causa del massiccio rilascio di sostanze infiammatorie. La morte dei macrofagi ha fra le conseguenze indesiderate il rilascio in circolo dei batteri fagocitati ma ancora vitali.
Ricapitolando, in base a questo effetto di vantaggio dell'eterozigote o Effetto Goldilocks (noto in topi ma molto raro in genetica umana) i soggetti portatori di una copia del gene con sequenza ad "alta attività" e di uno con sequenza a "bassa attività", risultano relativamente ben protetti dalla virulenza di ceppi batterici altamente pericolosi come quelli responsabili della tubercolosi meningea. Al contrario i soggetti con due copie ad alta o a bassa attività sono esposti a infezioni potenzialmente letali.
Questa scoperta permetterà in prospettiva di modulare l'approccio terapeutico in funzione del corredo genomico, un approccio che è alla base della farmacogenomica, una scienza che sta rivelando le sue enormi potenzialità nella drug discovery e nella terapia antitumorale.
In questo caso in particolare, le differenze nella attività della proteina LTA4H si esplicitano nel fatto che la terapia anti-infiammatoria è di beneficio solo per i pazienti la cui variante genica è ad alta attività (promuovono una eccessiva risposta infiammatoria), mentre tale terapia risulta deleteria per gli altri pazienti.
La possibilità di distinguere a priori quali siano i soggetti che meglio risponderanno alla terapia con dexametasone (anti-infiammatorio più comunemente usato) permetterà un trattamento mirato e veloce sui soggetti idonei mentre indirizzerà gli altri verso terapie sostitutive eliminando quindi gli effetti collaterali che il trattamento anti-infiammatorio avrebbe su di essi generato.

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Post successivi sull'argomento antibiotici: 1 ; 2   

Sclerosi multipla: una luce in fondo al tunnel

Forse una luce comincia ad intravvedersi nel buio tunnel della sclerosi multipla. Almeno questo è quanto emerge da un lavoro apparso sul Journal of Neuroscience, ad opera del gruppo di Paul Patterson del California Institute of Technology.

La sclerosi multipla è una patologia neurodegenerativa conseguenza di un processo di degenerazione della mielina. La mielina è una guaina che riveste le estremità neuronali (assoni) e che è necessaria per una corretta propagazione dell'impulso nervoso. La guaina mielinica viene prodotta dalle cellule di Schwann nel sistema nervoso periferico e dagli oligodendrociti nel sistema nervoso centrale. Guarda caso nella sclerosi multipla si ha una perdita sostanziale degli oligodendrociti: ecco quindi la "smoking gun". 
Quasi ovvio, ma tutt'altro che banale, indirizzare gli sforzi della ricerca nel cercare di ripristinare questo deficit. Cosa, come detto, tutt'altro che banale e che necessita di ordinare molti tasselli: in primis una conoscenza molto dettagliata sulle cellule staminali neuronali e sui meccanismi di differenziamento; fatto questo (già una cosa enorme) diventa necessario capire come trasferire l'agente terapeutico, in modo specifico, sulle cellule bersaglio; da ultimo la domanda su quale sia il punto di non ritorno, da un punto di vista della risposta, della malattia. Questo spiega come mai le terapie attuali si siano rivelate nel caso migliore come "palliative": possono ritardare la progressione nelle fasi iniziali della malattia bloccandone il processo infiammatorio ed autoimmunitario, ritenuto la causa scatenante. Purtroppo tale approccio non ha molto effetto sul decorso a lungo termine della malattia.
Torniamo all'articolo. L'approccio sviluppato è consistito nello stimolare la produzione di nuovi oligodendrociti forzando il differenziamento delle cellule precursori presenti. La proteina testata per questa scopo si chiama LIF ed è nota sia per questa capacità che per l'abilità nei modelli murini di contenere l'attacco autoimmunitario contro la mielina. Questa ipotesi è stata non solo confermata in topo (vedi figura sotto © J. Neuroscience) ma si è visto essere possibile somministrare direttamente questa proteina nelle zone del cervello di interesse evitando la più problematica somministrazione endovenosa.
A sinistra le cellule senza mielina, a destra dopo LIF
Ottenuta la cosiddetta Proof of Mechanism, si pensa ora di sviluppare sistemi di "consegna" della proteina  ancora più specifici ed efficienti. Un sistema ideale è quello che comporta l'utilizzo di un virus, innocuo per l'uomo, per trasportare il messaggio differenziativo direttamente alle cellule bersaglio. Tale approccio ha l'enorme vantaggio di minimizzare ogni tipo di effetto collaterale dovuto sia alle alte dosi di proteina altrimenti necessarie che alla specificità ottenibile nel selezionare la cellula bersaglio.
La terapia non è dietro l'angolo ma un grosso passo avanti è stato fatto.

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vedi anche
- Sclerosi multipla: inibire il processo infiammator..
- Jack Osborne malato di SM

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