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Vaccinazione e autismo. Uno studio globale dimostra (ancora una volta) che NON esiste alcun legame

Vaccinazione e autismo
Uno studio globale cancella una leggenda metropolitana fatta passare per dato scientifico.

Premessa
Sarà questa l'occasione buona per fare un po' di chiarezza nel tormentato dibattito sulla illogicità di alcune leggende metropolitane sui vaccini?
L'autismo è una malattia troppo seria per
teorie eziologiche false (QUI per articoli
sull'argomento nel blog)
Ne dubito, ma la scienza si fonda sui dati e i dati parlano chiaro: in conclusione di una analisi sistematica condotta a livello internazionale su tutte le vaccinazioni infantili, NON è stata trovata alcuna evidenza di una correlazione tra vaccinazione e autismo.
Questo fatto, sebbene considerato ovvio da chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il pensiero scientifico, dovrebbe mettere a tacere una volta per tutte le grida nefaste (per gli esiti ottenuti) scatenate da chi ha sostenuto di avere evidenze sulla esistenza di evidenze sperimentali della correlazione tra le vaccinazioni e malattie da esse causate.
Purtroppo non mi sto riferendo ai timori diffusi nella popolazione semi-analfabeta dell'Europa di metà '800 e nemmeno a fenomeni limitati alle aree più arretrate del Pakistan e dell'Afghanistan, dove è ben nota la realtà di operatori sanitari sotto costante minaccia Talebana, in quanto additati come portatori di malattie occidentali.
Mi riferisco qui ad un trend "anti-vaccino" che si sta diffondendo sempre più in occidente dove il rifiuto della vaccinazione per motivi religiosi o salutistici (assurdo ma sempre più spesso questa è la ragione addotta) hanno di fatto aumentato nella popolazione il numero di soggetti vulnerabili a malattie altrimenti controllabili. Verrebbe da pensare che il vivere in una società in cui l'aspettativa di vita è lunga e che è immemore, fortunatamente, delle devastazioni causate dalle malattie infettive di massa (ma per quanto? vedi articolo su TBC e polio, QUI), ha narcotizzato il buon senso.
Attenzione. Questo non vuol dire che un vaccino sia per definizione sempre sicuro. Non entro nel dettaglio ma è chiaro che un vaccino attenuato (ad esempio quello di Sabin) ha un profilo di rischio maggiore rispetto ad un vaccino inattivato o a quelli sintetici. E' il risultato della sperimentazione clinica (e degli studi epidemiologi) a dire se il rischio intrinseco è sufficientemente basso rispetto ai benefici connessi alla protezione dalla malattia. Esistono poi alcuni casi, non prevedibili, di "reazioni impreviste" al vaccino che NON DIPENDONO dal vaccino in se ma da una risposta aberrante del sistema immunitario, anomalia individuo-specifica. L'ipotesi vaccino-autismo è quantomeno ridicola in quanto l'autismo è una malattia ad eziologia eterogenea (non a caso il termine corretto è Autism Spectrum Disorder - ASD) quindi per definizione una malattia le cui cause sono molto diverse tra loro. Al momento gli indiziati principali sono la genetica (rischio maggiore se esiste altro membro affetto) e anomalie gestazionali (ivi compresa esposizione ad inquinanti). Il fatto che la vaccinazione avvenga non prima del terzo mese, e nel caso specifico sotto indagine della trivalente al 13.mo mese, quando i primi sintomi dell'autismo sono evidenti (quindi il danno è già presente) prima del primo anno di vita (leggi QUI), dovrebbe essere già di suo una indicazione di non correlazione ... ma tant'è.
Tornando al discorso sulla importanza sociale della vaccinazione è bene dire che non si tratta semplicemente della scelta individuale "vaccino si - vaccino no", anche se nel caso di minori è inconcepibile che idee prive di fondamento scientifico dei genitori si ripercuotano sui figli.
Uno potrebbe infatti, cinicamente, pensare "non vuoi vaccinarti, peggio per te!"
La situazione è più complessa in quanto il comportamento di una minoranza ha effetti diretti su tutta la comunità, finendo per colpire quelli che non possono (per motivi veri come i soggetti immunodepressi) essere vaccinati e che contano sui vantaggi della cosiddetta Herd Immunity (immunità del branco) per difendersi dalle malattie.
L'epidemiologia insegna che la diffusione delle malattie infettive è legata, soprattutto nel caso in cui non esista un serbatoio naturale (oltre all'uomo) del microbo, sia alla virulenza della malattia che al numero di soggetti suscettibili presenti nella popolazione. Al di sotto di un dato valore soglia la diffusione della epidemia non ha luogo o segue dinamiche di diffusione autolimitanti.
Per convenzione tale valore viene letto "al contrario" cioè come la percentuale minima di soggetti vaccinati (o naturalmente resistenti al microbo) presenti nella popolazione in grado di prevenire la diffusione della malattia; una barriera sufficiente a tutelare gli individui "non vaccinabili".
Un esempio classico di una malattia infettiva il cui serbatoio naturale è solo l'uomo è il morbillo. Qui la vaccinazione è estremamente efficace: ridurre il numero di soggetti sensibili rende di fatto impossibile una epidemia.
Al contrario le pandemie influenzali sono solo parzialmente prevenibili in quanto sono originate dal riarrangiamento (e dal riassortimento) genomico tra virus tipicamente aviari; le massicce campagne di soppressione di volatili da allevamento in Cina al primo sentore della comparsa di un ceppo variante in grado di infettare l'uomo (evento tuttavia raro) rappresenta l'altro estremo, quello della impossibilità di eliminare la causa dell'infezione agendo solo sull'essere umano.

Da quanto scritto è allora comprensibile come non esista un valore unico di individui resistenti nella popolazione perchè la malattia non si diffonda. Virus diversi hanno caratteristiche diverse; come si puo' facilmente dedurre dalla figura allegata, i valori vanno da più del 90% per il morbillo al 40% dell'influenza.
In questa figura è indicato A) il concetto di Herd Immunity e B) la possibilità di infettarsi da parte di un individuo non vaccinato (durante tutta la sua vita) a seconda della percentuale di individui vaccinati presenti nella popolazione. R0 è il numero di casi secondari generati da un individuo infetto quando il resto della popolazione è suscettibile all'infezione. Ebola è molto meno infettiva avendo R0 inferiore a 2- (Courtesy of Paul Fine et al, Vaccine, 2011). Vedi anche il video --> QUI  

Dal grafico si capisce bene perché mentre per il morbillo è sufficiente una sola vaccinazione in tenera età ma su un elevato numero di individui (è uno dei virus tra i più infettivi ma poco variabile e altamente immunogeno, in grado quindi di assicurare una immunità a vita) per l'influenza il discorso è diverso; pur essendo un virus molto meno infettivo del virus del morbillo è estremamente variabile e quindi l'immunità acquisita protegge solo parzialmente dall'infezione dell'anno successivo (o per niente nel caso della comparsa di ceppi derivati dal riassortimento genomico).
Per tale motivo nel caso dell'influenza il miglior risultato costo/beneficio è quello di vaccinare solo i soggetti sensibili e il personale a diretto contatto con il pubblico.

Il caso
Torniamo a questo punto all'articolo pubblicato nel 1998 che sebbene ritirato ha ancora seguaci che lo citano come esempio. Mi riferisco all'articolo pubblicato da un medico inglese (AJ Wakefield) in cui si postulava l'associazione tra vaccino del morbillo e autismo. Una ipotesi, è bene sottolineare nuovamente, non suffragata da evidenze forti e poi rivelatasi basata su dati completamente falsi tanto da indurre, dopo la impossibilita' a riprodurre i dati da parte di altri studiosi, il medico a chiedere che l'articolo pubblicato venisse "ritirato".
Ritirare un articolo è in ambito scientifico un evento grave. Non è un atto legato alla semplice vetustà dei dati in esso contenuti o alla pubblicazione di dati dissimili. La scienza evolve e deve tenere conto di nuove evidenze che mettono in discussione precedenti ipotesi. L'articolo viene ritirato quando i dati sperimentali su cui si basa si rivelano o tecnicamente errati o peggio ancora falsi. Non a caso in seguito a tale ritrattazione l'ordine dei medici britannico aprì una procedura disciplinare nei confronti di questo medico, che ora non esercita più ... per ovvi motivi (qui ad eterna memoria l'articolo "cancellato").
Si dirà "tutto bene quel che finisce bene".
Mica tanto dato che, come ricordato sopra, sulla rete sono rimasti i soliti "rumors" sui rischi del vaccino e le paure si sono diffuse nonostante non esistesse alcuna, non dico prova, ma semplice indizio di associazione (un riassunto di quanto avvenuto è ben descritto qui).

Come se non bastasse ecco arrivare anche il solito giudice italiano che, probabimente ignaro della letteratura scientifica decide di aprire una indagine (La stampa). Una situazione sotto tanti versi molto ma molto simile a quanto successo con Stamina quando alcuni giudici imposero di fornire una terapia ritenuta dalla comunità scientifica infondata e pericolosa.

L'articolo
Oggi arriva un nuovo articolo che si spera ponga una pietra tombale alle illazioni che ancora circolano in rete. Nell'articolo, pubblicato da ricercatori australiani sulla rivista scientifica Vaccine, si presentano i dati derivanti da una metanalisi su una ampia casistica di soggetti vaccinati e soggetti autistici. Ricordo che una metanalisi è una analisi pesata di dati già pubblicati in modo da ottenere una casistica enormemente superiore a quella normalmente ottenibile, e di conseguenza in grado di fornire risultati con un potere statistico non altrimenti facilmente ottenibile. Questi i punti essenziali:
  • cinque sono stati gli studi di coorte (prospettici) analizzati, per un totale di 1,25 milioni di bambini vaccinati coinvolti. Altri cinque studi caso-controllo (retrospettivi) hanno invece riguardato circa 10 mila bambini i cui dati sono stati ottenuti dai principali database medici. 
  • I vaccini presi in esame sono quelli per morbillo, parotite, rosolia, difterite, tetano e pertosse. Vale la pena precisare che nell'indagine sono stati considerati sia gli adiuvanti dei vaccini (necessari per attivare la risposta immunitaria) che la combinazione tra più vaccini (come nel caso della trivalente).
  • L'evento misurato è la frequenza dell'ASD (Autism Spectrum Disorder).
In tutti i casi non è stata osservata alcuna correlazione statisticamente significativa.
L'ipotesi della associazione tra vaccino e autismo ha quindi, da un punto di vista epidemiologico, lo stesso valore dell'affermare che spalmando del fertilizzante organico sulla testa di un calvo, a questo cresceranno i capelli!!
Non è un paragone irriguardoso ma è il valore scientifico di affermazioni basate su leggende metropolitane.


Una figura molto interessante che mostra la forza della correlazione tra un certo numero di cause potenziali e l'ASD è presente in un successivo articolo su questo blog (QUI).

Possiamo ritenerci soddisfatti? Insomma...
Questa follia (fuga dalla vaccinazione senza motivo) ha causato negli USA a partire dal 2000, 11 focolai di morbillo (vedi articolo sul Wall Street Journal). Un salto indietro di cinquant'anni.

Sul tema vaccini vedi "trend antivaccini" e tag "vaccini" nel riquadro a destra.
Articolo successivo su autismo "autismo e rischi convulsivi e tag "autismo" a destra. Cosa succede quando il numero di vaccinati cala? Una epidemia di morbillo come non si vedeva da anni negli USA --> QUI.



CONTINUA SOTTO (dopo le Fonti).

Fonti
- Comprehensive review shows no link between vaccinations and autism
  University of Sidney, news
- Vaccines are not associated with autism: An evidence-based meta-analysis of case-control and cohort studies.
LE Taylor et al, Vaccine. 2014 May 9.
-  Herd Immunity: A Rough Guide
Paul Fine et al, Vaccine, (2011), 52 (1 April)
- Lo strano caso di vaccini e autismo in tribunale  Non solo il caso dei vaccini e dell’autismo: in Italia i precedenti di bufale legittimate in sede giudiziaria non mancano. Ma perché succede?
Wired, maggio 2014
- Fifteen Years After Autism Panic, a Plague of Measles Erupts
The Wall Street Journal,  Jeanne Whalen and Betsy McKay July 19, 2013


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Note aggiunte a posteriori
Come se non bastassero le leggende metropolitane ecco le proposte di legge lanciate dal M5S sui vaccini
Ricordo che si tratta delle stesse persone che parlando di grano saraceno come grano straniero e che hanno in parlamento personaggi come quello che sostiene la CIA abbia inserito un chip nel cranio di ogni americano.
Ripeto qui nel caso non riusciste a leggere le frasi sottolineate: "Recenti studi hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie." (qui il testo pubblico completo).

Leggere questo induce una considerazione pacata ... QUESTE PERSONE DOVREBBERO ANDARE A LAVORARE IN MINIERA ALTRO CHE SEDERE SUGLI SCRANNI del parlamento. Ricordo che ciascuno di loro gode di un lauto stipendio avendo rinunciato a .... nulla! Prima delle elezioni la maggior parte di quei deputati era disoccupata e l'essere stati eletti è per loro meglio di una vincita alla lotteria. Avendo tanto tempo libero perché non hanno questa opportunità per informarsi su argomenti su cui esiste una vasta letteratura scientifica invece di usare la rete per amplificare idee farlocche?

Cancellare gli incubi

Avete incubi ricorrenti e vi svegliate in preda all'ansia? 
Sognate di dovere ripetere l'esame di maturità e di non ricordarvi una virgola del programma di filosofia?
Allora forse qualcuno sta lavorando per voi!
Mantenere la situazione sempre sotto controllo, anche quando si sogna, è difatti il fine ultimo di un approccio sperimentale descritto in uno studio pubblicato su Nature Neuroscience da un gruppo della Goethe-Universität di Francoforte.
Nel lavoro si mostra come grazie a una stimolazione elettrica nelle zone frontali e temporali del cervello, sia possibile riuscire a garantire un sonno tranquillo in cui l'attività del sognare è sotto controllo. Una stimolazione, quella elettrica, attivata solo qualora venga rilevata una attività onirica troppo coinvolgente.  
Forse potrà sembrare inquietante e tipico di maniaci del controllo l'idea di volere regolare anche l'attività onirica. In effetti devo confessare che alcuni incubi me li sono proprio goduti come fossi in un film. Ma il motivo è che quando questo è avvenuto ero in qualche modo consapevole di sognare. Il trucco è semplice ed è quello di riprendere a dormire dopo essersi svegliati a causa dell'incubo. Se si evita di alzarsi e rimuginare, il sogno/incubo riprenderà ma a questo punto sarà un incubo "conscio" (il cosiddetto lucid dreaming) e quindi depauperato della componente stressogena. Proprio questo è quello su cui si sono basati i ricercatori tedeschi.
Incubo, di Johann Heinrich Füssli (©wikipedia)
Ma il punto centrale dello studio, chiaramente, non è quello di intervenire sugli eventi sporadici, su cui si può scherzare la mattina successiva davanti ad un caffè.
Tra le finalità descritte dagli studiosi vi è difatti il trattamento clinico del disturbo da stress post-traumatico (PTSD di cui ho trattato in passato, qui), una vera e propria patologia che si manifesta  con incubi ricorrenti, e potenzialmente anche su alcuni casi di schizofrenia refrattaria al trattamento farmacologico.
I test, benché condotti su un piccolo gruppo di persone (circa 30) hanno dato risultati positivi a condizione che la stimolazione fosse effettuata per tempi e con intensità estremamente specifiche: brevi scosse di pochi secondi a 40 Hz, sulla zona fronto-temporale, e subito dopo l'entrata nella fase Rem (rapid eye movement - la fase del sonno in cui si sogna) hanno dato i risultati migliori.
Immagine dall'articolo (©U. Voss / nature.org)

Il risultato ottenuto è molto interessante: i soggetti trattati vengono "spinti" nel sopracitato lucid dreaming, di fatto annullando la sensazione di ansia (derivante dall'assenza di controllo della situazione) associata.

(articolo precedente sul tema --> "Stress post traumatico")

Fonti
-  Real-life Inception: Zap your brain to control dreams
New Scientist, maggio 2014

- Induction of self awareness in dreams through frontal low current stimulation of gamma activity.
 U. Voss et al, Nat Neurosci. 2014 May 1

- Inducing lucid dreams
N. Gray, Nature Reviews Neuroscience (2014) 15, 428


Te e caffè scagionati. Nessun effetto deleterio sulle pazienti con tumore al seno

Te nero, caffè e mortalità per cancro al seno non sono associati

Nell'articolo pubblicato sul British Journal of Cancer dal gruppo coordinato da Alicja Wolk del Karolinska Institutet (Stoccolma), sono riportati i dati di uno studio condotto su un campione di 3243 donne con tumore invasivo della mammella, che ha indagato l'eventuale effetto dannoso di te nero e caffè nella progressione della malattia.
©topnews.in
Premessa dello studio il fatto che sia il caffè che il te nero contengono delle sostanze naturali (oltre alle note caffeina e teobromina) potenzialmente in grado di influire sia sul rischio di sviluppare la malattia che sulla sopravvivenza dei malati. Effetti finora solo sospettati date le numerose variabili in gioco. Volendo verificare in modo statisticamente significativo l'effetto di queste bevande è stato neccessario approntare un campione adeguato, quindi numericamente rilevante, in grado di smascherare effetti minimi.
Lo studio svedese è stato condotto tra il 1987 e il 2010 nell'ambito di uno studio più ampio sulla capacità predittiva della mammografia e si è basato su questionari finalizzati a scoprire la frequenza di assunzione di particolari alimenti nel periodo in esame. Dalla analisi della correlazione tra i diversi fattori in gioco si è osservato, nel periodo in esame, che:
  • dei 973 decessi totali, 394 decessi sono dovuti al cancro.  
  • Il consumo di te nero e di caffè NON mostrava una associazione significativa con nessuna di queste morti (per cancro o generiche).
  • Le donne che consumavano più di 4 tazze di caffè (attenzione parliamo di caffè per infusione tipo americano) mostravano tuttavia un aumento del rischio relativo (minimo ma presente, HR= 1,14), rispetto alle donne il cui consumo era inferiore ad una tazza al giorno.
  • Le donne che consumavano più di due tazze di te nero al giorno hanno un rischio relativo superiore ma praticamente trascurabile (HR= 1,02) rispetto a chi non beve te nero.
  • La quantità di caffeina assunta non mostra una correlazione significativa  con il rischio di morte.
Nota. HR sta per Hazard Ratio, un parametro interpretabile come una forma di Rischio Relativo (RR). Facciamo un esempio pratico: se HR=2 per una data sostanza chimica e effetto sulla persona, i soggetti esposti hanno probabilità doppia di sperimentare l'effetto misurato rispetto al gruppo di controllo.

I dati presentati provano che il consumo di caffe e te nero non altera l'incidenza (nè in senso positivo nè negativo del tumore): in altre parole non proteggono dalla malattia né favoriscono la progressione. L'effetto minimo riscontrato è trascurabile in quanto presente solo a dosi ben superiori a quelle medie della popolazione italiana. Per capirci 5 tazze di espresso equivalgono a 2 tazze di americano, quindi il valore HR=1,14 osservabile con più di 4 tazze di caffè americano equivalgono a

4 : X = 2 : 5
X = 10 caffè espresso al giorno!!! 

Dati ben diversi da quanto osservato con il te verde, la cui azione antitumorale è nota soprattutto a livello gastrointestinale.

Altri articoli presenti su questo blog riguardo al legame tra consumo di caffè o te con la salute: Tè verde contro l'Alzheimer?; Tè con latte?; Caffè e tumore alla prostata; Te e tumore alla prostata.

Fonte
- Coffee and black tea consumption and breast cancer mortality in a cohort of Swedish women.
HR Harris, L Bergkvist e A Wolk, British Journal of Cancer (2012) 107, 874–878


C'è chi vede Elvis in una patatina e chi Gesù in un toast. ma è solo il risultato della attività di catalogazione del cervello

Vedere facce e simboli laddove non ci sono è frutto di una normale (purché non ossessiva) attività cerebrale.

Strano ma vero, ci sono persone che intravedono i volti di persone (in genere legati a temi religiosi) negli oggetti più comuni. Se in alcuni casi la somiglianza è indubbia, in altri bisogna "voler" vedere qualcosa per trovare una qualche somiglianza.
La pareidolia facciale è così comune che numerosi siti web hanno cominciato
 a raccogliere le segnalazioni. Basterebbe fare due conti su quanti toast
"normali" vengono sfornati ogni giorno per capire come da un punto di vista
statistico sia normale che alcune bruciature ci possano apparire suggestive
(courtesy of grilledcheeseJesus & cba.com/news)
Altro esempio recente di un "volto" in un'immagine  di una scansione cerebrale
di Tamaha MacDonald, eseguita subito dopo un ictus (--> Daily Mail).
In entrambi i casi la causa, a meno di volere tirare in ballo spiegazioni legate a messaggi ultraterreni, è chiaramente legata alla attività di indicizzazione e confronto con quanto già visto, che il cervello opera in continuo (e che riprocessa anche quando dormiamo). Un processo che di fatto semplifica di molto il suo lavoro: una volta associato a qualcosa di "già visto" il processo elaborativo è molto più veloce. E la velocità di elaborazione è fondamentale per la sopravvivenza dato che permette di identificare i segnali di pericolo prima ancora che raggiungano (nel caso dei primati superiori) i centri corticali. In altre parole "vedere" e reagire prima di essere consci di quello che si è visto.

Tronco del tutto naturale in cui gli umani
vedono altro (credit: skepdic.com)
Se in alcuni casi i richiami di certe immagini sono indubbi (vedi i link nella figura sotto) si tratta pur sempre di somiglianze casuali. Per rendercene conto è sufficiente pensare al numero praticamente infinito di "cose" naturali che osserviamo e su cui non troviamo similitudini "strane". Trovare volti o simboli in oggetti di uso quotidiano (ad esempio intravedere il volto di Gesù in un toast) è un fenomeno strettamente correlato al condizionamento culturale; è più probabile per noi attribuire una certa forma a quella di Gesù di quanto non lo sarebbe per un contadino cinese che magari vede più frequentemente forme di drago in nuvole di passaggio.
Un discorso a parte meriterebbe poi il caso di animali o piante che per puro caso hanno sviluppato una pigmentazione o forme tali da richiamare alla mente simboli o volti significativi per gli umani che vivono nelle vicinanze. Il risultato immediato di questa casualità è un vantaggio selettivo per questi esseri rispetto ai consimili privi di tali caratteristiche dato che i pescatori/cacciatori/raccoglitori eviteranno di prenderli. Certo si può verificare anche il caso contrario di animali considerati nefasti e quindi uccisi immediatamente anche se solitamente non cacciati; il questo caso la forma particolare scomparirà velocemente.

Tornando al discorso sulla tendenza di alcune persone a vedere con alta frequenza simboli e facce laddove altri non vedono nulla, è di particolare interesse uno studio condotto dai ricercatori della università di Toronto. I ricercatori hanno scoperto che questa caratteristica, nota con il nome di pareidolia, è assolutamente normale. Possono tirare quindi un sospiro di sollievo i pareidolici da sempre convinti di essere mentalmente anormali data la loro tendenza a vedere immagini di Gesù o anche di Elvis in oggetti comuni come toast e nuvole (oltre che sudari, ma questa è un'altra storia ... ). Un timore di essere malati rinforzato dalla paura di essere ridicolizzati dagli altri.

Se proprio si "vuole" si vede il profilo di Lincoln (vedi altre
immagini sull'Huffington Post.  Se non vi basta date un occhio
al sito in inglese su "oggetti che sembrano Gesù" (qui)
Secondo il professor Kang Lee, autore dell'articolo, "i nostri risultati suggeriscono che è comune per le persone vedere caratteristiche inesistenti. Il cervello umano è infatti cablato per riconoscere non solo i volti, ma anche per interpretarne minime variazioni dell'espressione facciale". Essendo noi animali sociali, siamo stati selezionati per sapere comportarci nel branco e distinguere atteggiamenti passivi da minacce imminenti anche se non ancora conclamate. Qualunque nostro antenato privo di tali capacità analitiche innate sarebbe stato verosimilmente soppresso durante scontri con altri membri del branco per non avere compreso un messaggio implicito del tipo "stammi alla larga".
Sebbene il fenomeno sia noto da secoli poco si sapeva dei meccanismi neurali sottostanti. Proprio in questa "carenza" sta il rilievo dello studio pubblicato sulla rivista Cortex; nell'articolo sono state analizzate le scansioni cerebrali e le risposte comportamentali delle persone che vedevano con maggiore frequenza volti o simboli su oggetti naturali. Ciò che si è scoperto è che la pareidolia non è causata da anomalie fisiche o dell'attività cerebrale ma deriva dall'azione svolta dalla corteccia frontale (importante nel generare i sentimenti di "attesa di") che invia segnali "interpretativi" alla corteccia  visiva posteriore.


Che dire della famosa "faccia" sulla superficie di Marte? In questo caso un inganno del nostro cervello, che voleva vedere una civiltà marziana, complice la bassa risoluzione delle vecchie immagini. Da sinistra
a destra la stessa identica immagine vista con foto a risoluzione sempre maggiore (©nasa.gov).

I ricercatori hanno anche scoperto che le persone possono essere portate a vedere immagini diverse a seconda di ciò che si aspettano di vedere, a sua volta associata all'attivazione di aree distinte del cervello. Uno stesso input visivo potrà quindi essere "visto" in modi diversi.

In conclusione, sarebbe meglio cambiare la frase "vedere per credere"  nella più fisiologicamente corretta "credere per vedere".
Un gigante pietrificato nella roccia o solo un
altro esempio di pareidolia?

Fonti
- Seeing Jesus in toast: Neural and behavioral correlates of face pareidolia.
Jiangang Liu et al, Cortex (2014) 53, 60-77

- University of Toronto researchers find ‘Seeing Jesus in toast’ phenomenon perfectly normal.
University of Toronto, news

Vent'anni fa l'impatto della cometa Shoemaker Levy 9 su Giove

2,5 ore dopo l'impatto (©wikimedia)
Il 17 maggio di vent'anni fa la cometa Shoemaker-Levy 9 colpì Giove provocando sul pianeta gigante delle cicatrici ancora oggi visibili. 

Cicatrici in senso lato in quanto Giove è un pianeta gassoso e secondo molti astrofisici nemmeno dotato di un nucleo roccioso. Le teorie sul nucleo più accreditate vedono da una parte chi teorizza una massa di metallo/roccia fusa e dall'altra chi ritiene vi sia un nucleo solido di massa circa 15 volte maggiore quella della Terra. La temperatura del nucleo dovrebbe aggirarsi intorno ai 35 mila gradi Celsius, chiaramente insufficiente per innescare le reazioni nucleari di una stella; questo nonostante Giove abbia una composizione molto simile a quella del Sole, in cui idrogeno ed elio sono i componenti maggioritari. Giove è infatti "meno di una stella mancata" essendo circa 80 volte troppo piccolo (come massa) per potere entrare almeno nel club delle stelle che non si accendono, le nane brune (vedi anche "Nane brune. Stelle invisibili nel cielo ...").
Al di sopra dell'ipotetico nucleo pseudo-roccioso la situazione vede le differenze teoriche tra le diverse scuole appianarsi con la predizione di uno spesso strato  di idrogeno ed elio metallici, vale a dire uno stato degenere della materia ottenibile a pressioni elevatissime in cui l'idrogeno si comporta come un reticolo di nuclei (protoni) e gli elettroni liberi di fluire come in un metallo.
(all credits to space.com)
Man mano che si procede verso l'esterno, la pressione diminuisce così come la "metallicità" del gas. La composizione è all'incirca 75% di idrogeno e 25% di elio, con tracce via via crescenti di molecole come acqua, metano, ammoniaca e solfuri nell'atmosfera.



Per ulteriori informazioni sul pianete e sulla sua tumultuosa atmosfera vi rimando alle decine di siti presenti in rete che analizzano in dettaglio la struttura gioviana. 

Come anticipato il motivo di questo articolo è l'anniversario dell'impatto meteoritico; un anniversario che ci deve fare ricordare l'importanza della presenza di Giove nel sistema solare. Grazie alla sua forte attrazione gravitazionale Giove si comporta come un guardiano del sistema solare catturando a se un gran numero dei "proiettili vaganti" (meteoriti, comete et similia) che transitano nei pressi. Giusto per rendere l'idea è stato stimato che in assenza di Giove non solo le orbite degli altri pianeti (Terra compresa ovviamente) sarebbero meno stabili ma cosa ancora più importante la frequenza sul nostro pianeta di impatti rilevanti, del tipo di quello che portò all'estinzione di massa alla fine del Cretaceo,  sarebbe di uno ogni 10 milioni di anni; più di 10 volte superiore a quella attuale. Considerando che dopo ogni impatto del genere sono necessari centinaia di migliaia di anni per un riequilibrio atmosferico, si comprende facilmente come Giove abbia giocato un ruolo essenziale nel creare condizioni di stabilità idonee alla diffusione della vita sulla Terra.
Un ottimo motivo per ricordare l'impatto della cometa Shoemaker-Levy 9.

Di seguito alcuni video sull'argomento.
L'impatto del primo pezzo di cometa (visibile nella parte in basso a sinistra)

Una simulazione (vista cometa) degli ultimi momenti prima dell'impatto. Di particolare interesse la parte in cui la cometa inizia a frammentarsi dopo avere varcato il cosiddetto Limite di Roche, vale a dire la distanza minima alla quale un oggetto celeste entrato in contatto con un secondo oggetto di massa maggiore, mantiene l'integrità della propria struttura. Passato questo limite, le forze di marea diventano preponderanti rispetto alla attrazione gravitazione e l'oggetto minore si frammenta.

Un video con commenti da Discovery Channel


Articolo su un argomento correlato: impatto meteoritico sulla Luna.

Un tumore infettivo minaccia il diavolo della Tasmania. Salvarlo si può

Obiettivo: salvare il diavolo della Tasmania.


©tassieboys.com.au
Il piccolo mammifero australe fotografato a lato è sull'orlo dell'estinzione a causa di una malattia tumorale infettiva. Non spaventatevi dopo avere sentito la parola infettiva dato che l'infettività è estremamente specifica per questo animale ed è strettamente legata come vedremo alla ridottissima variabilità genetica delle popolazioni autoctone.
Cercherò di spiegarlo in modo abbastanza semplice. Un tumore altro non è che una la crescita sregolata (leggasi non più regolata dai sensori interni e da quelli tissutali) di cellule, perché mutate o riprogrammate da agenti esterni come virus o agenti chimici. In entrambi i casi non solo i segnali regolatori intrinseci e locali che segnalano quando e quanto dividersi o differenziarsi non verranno più "ascoltati" ma viene persa la capacità delle cellule danneggiate di "suicidarsi" (meccanismo noto come apoptosi). Risultato? L'accumulo di cellule sempre più mutate e non responsive che generano tessuti disorganizzati e invasivi, i tumori.

Salviamo il diavoletto (link)
La meravigliosa efficienza dei sistemi biologici fa si che queste anomalie siano rare in quanto gran parte di esse viene eliminata dai sistemi di controllo. Tuttavia ogni organismo multicellulare complesso (come i vertebrati) producono nel corso dell'esistenza un numero incredibilmente alto di cellule; quindi per quanto rari siano i fenomeni questi possono apparire. Ogni giorno in ognuno di noi compaiono cellule mutate che cominciano a comportarsi in modo scorretto ma di cui non ci accorgiamo dato che vengono prontamente identificate e distrutte, anche, dal nostro sistema immunitario; non tutti sanno infatti che le cellule immunitarie svolgono non solo compiti di pattugliamento contro invasioni esterne ma anche di verifica di anomalie nei codici identificativi di ciascuna cellula. In pratica è come se le cellule immunitarie controllassero in continuo i pass di tutte le cellule con cui vengono in contatto. Quando la cellula mutata appare normale ai controllori essa è ovviamente invisibile e quando il numero di cellule danneggiate è troppo alto, la capacità di controllo sarà saturata. Analogamente negli individui con AIDS (che come è noto sviluppano tumori come il sarcoma di Kaposi estremamente rari nella popolazione sana) la costante diminuzione del numero di linfociti, oltre ad esporre a infezioni opportuniste, rende il controllo interno sempre meno efficace.
In tutti i casi sopra descritti un tumore anche se invisibile al sistema immunitario del portatore non potrà mai essere trasmesso ad un'altra persona (o animale) immunitariamente integra dato che la cellula verrebbe immediatamente identificata come estranea (non self) e distrutta. Su quanto sia efficace questo controllo pensate alle reazioni di rigetto successive ad una trasfusione errata o dopo un trapianto eterologo in assenza di immunosoppressivi.
Questo discorso è valido fino a che organismo donatore e ricevente sono geneticamente distanti. In una popolazione geneticamente omogenea le reazioni di rigetto diventerebbero tanto più deboli tanto maggiore è l'omogeneità. Come potrebbe del resto il sistema immunitario capire in queste condizioni se una cellula è self o non-self?
Una elevata omogeneità genetica è quindi un pre-requisito per l'esistenza stessa dei tumori infettivi; non è un caso se i tumori infettivi (ma NON quelli secondari legati ad infezioni di virus come HTLV e HIV) sono stati descritti solo in razze canine altamente auto-incrociate e, appunto, nel diavolo della Tasmania.
Nei cani l'esempio classico è quello del Canine transmissible venereal tumour (CTVT), il tumore più vecchio in assoluto dato che non compare spontaneamente (se non a bassissima frequenza) ma viene trasmesso da millenni da un animale all'altro (si stima che tale tumore abbia di fatto 2500 anni --> Murchison et al, Science (2014)). Nel caso del diavolo della Tasmania è più difficile, essendo meno studiato, stabilire con certezza l'età di questo tumore ma le cause e la modalità di trasmissione sono identici (accoppiamenti o preliminari).
Se nel caso del cane l'alta omogeneità genetica è stata in larga parte causata dall'uomo, nel caso del diavolo della Tasmania le cause sono duplici: una popolazione non sufficientemente ampia da permettere la presenza di una ampia variabilità e una localizzazione geografica limitata che accentua il problema della scarsa popolazione. Ma se si trattasse di tumori interni (ad esempio fegato o pancreas) i problemi sarebbero relativi, al più si avrebbe un aumento dell'incidenza tumorale senza le problematiche legate alla trasmissione reciproca. Purtroppo il tumore che sta dilagando nei diavoli della Tasmania è localizzato su mucose e zone esterne (Devil facial tumour disease - DFTD) come volto e genitali, aree di frequente contatto sia nell'identificazione reciproca che nell'accoppiamento. Non stupisce quindi la vera e propria epidemia che ha decimato l'85 per cento della popolazione di questi mammiferi dal momento della comparsa del tumore nel 1996. Il semplice contatto favorisce il passaggio di un numero anche limitatissimo di cellule che se in grado di entrare nei tessuti sottostanti (ad esempio a causa di abrasioni) non incontrerà più alcuna restrizione alla sua proliferazione.

Esempio di tumore su questi poveri animali
(©wikipedia)
Uno zoo americano in collaborazione con una università australiana si è messo in moto per cercare di salvare il diavolo della Tasmania attraverso la reintroduzione locale di individui sani tra quelli presenti all'estero. Un'impegno urgente dato che si prevede l'estinzione della specie allo stato selvatico entro 25 anni.
Il progetto diviso in diverse fasi vedrà dapprima la reintroduzione di 50 animali su Maria Island, un isola al largo della costa orientale della Tasmania. Il gruppo sarà seguito con attenzione (anche con gps e chip), tanto quanto lo sarebbe in uno zoo, in modo da favorire i sani stimolare la diversità genetica.



Forza diavoletto, facciamo il tifo per te!
Il simpatico diavolo della Tasmania rivisitato dalla ®Warner Bros (credit: giphy.com)
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Aggiornamento (agosto 2015)
  • L'analisi genomica dei tumori ha confermato l'origine clonale dei tumori.
  • Il profilo trascrizionale (cioè i geni attivi) mostra che il tumore è originato da una cellula di Schwann.



Fonti e link
-  America and Australia in partnership to save the Tassie devil
University of Sidney, news
- Pagina facebook del programma Save the Tasmanian Devil
- Diavoli della Tasmania su wikipedia.
- Tassieboys, un sito dedicato a questo mammifero

Wikipedia bloccato in Turchia

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Un'altra prova di quello che è la Turchia oggi e del pericolo che rappresenta per l'Europa e le sue libertà

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