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Déjà-vu. Sono le emozioni e non i falsi ricordi la causa del fenomeno

Déjà-vu. Le emozioni, non i ricordi, spiegano un fenomeno, da sempre misteriosamente affascinante

Tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta il déjà-vu e la sensazione quasi metafisica che comporta. Beh, forse non è capitato proprio a tutti (si stima che almeno l'80 % delle persone l'abbia vissuto almeno una volta) ma di sicuro la quasi totalità delle persone conosce il fenomeno.
Peccato che all'aneddotica diffusa non corrisponda una uguale conoscenza scientifica dei meccanismi cerebrali causanti l'alterazione dei ricordi (paramnesia) che ci fa credere di avere già vissuto l'esperienza che stiamo vivendo in quel momento.
Una sensazione quasi metafisica ho scritto perché ci fa pensare ad una circolarità di esperienze molto simile alla preveggenza e che nel passato ha influenzato non poco gli scritti di filosofi e religiosi.
Nota. Il termine  déjà-vu compare per la prima volta nel saggio L’Avenir des sciences psychiques scritto nel 1917 da Émile Boirac. Per un eccellente compendio sul tema consiglio il libro "Piramidi di Tempo" (di Remo Bodei, edizioni Il Mulino).
Se le elucubrazioni filosofiche sulla origine del déjà-vù non sono mai mancate, le ipotesi scientifiche hanno dovuto rimanere tali, cioè mere ipotesi, fino a pochissimo tempo fa stante l'oggettiva difficoltà di analizzare il fenomeno e di riprodurlo sperimentalmente. Difficoltà sia di tipo tecnico (monitorare l'attività cerebrale in modo non invasivo e preciso) che empirico (il fenomeno dura al massimo pochi minuti e non è inducibile "a comando" come invece può avvenire con l'epilessia o l'emicrania, di cui sono noti gli elementi facilitatori).

L'ipotesi più accreditata finora vedeva il déjà-vù come una alterazione mnemonica causata da un “falso riconoscimento di familiarità” in una situazione di fatto nuova. L'errata percezione fungerebbe così da innesco per l'attivazione dei circuiti mnemonico-emozionali legati ad una esperienza passata: il risultato è la convinzione di avere già vissuto quella data esperienza.

A ridefinire il campo ci ha pensato qualche mese fa uno studio italiano, pubblicato sulla rivista Cortex da Angelo Labate dell'Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del CNR, in cui si afferma che non si tratta in realtà della creazioni di ricordi fasulli, o almeno non nelle persone sane.

Per spiegare questo concetto Labate distingue due forme di déjà-vu, quello estemporaneo tipico delle persone sane e quello più frequente presente nei soggetti che soffrono di epilessia del lobo temporale.
Se nei secondi il fenomeno può essere inteso come la creazione di un falso ricordo, nei soggetti sani il déjà-vu deriva da un inganno emotivo.
Le aree cerebrali coinvolte sono in effetti completamente diverse. Negli epilettici l'epicentro del fenomeno è l'area temporale mentre nei soggetti sani i circuiti coinvolti sono quelli sensoriali che afferiscono all'ippocampo e all'insula, le aree dove memoria, sensi e aree emotive si incontrano.

L'ipotesi di Labate nasce da una analisi "indiretta" dato che non è possibile misurare il déjà-vu nel momento in cui avviene. Sintetizzando al massimo lo studio, 63 soggetti con storia di epilessia (metà dei quali aveva sperimentato in più occasioni il fenomeno del déjà-vu) e 39 controlli sani (anche qui metà di loro ricordava esperienze di deja vù) sono stati analizzati mediante elettroencefalogramma e risonanza magnetica funzionale e morfologica.
Lo studio è di fatto la continuazione di una analisi fatta da altri ricercatori nel 2012 (pubblicato sempre su Cortex), in cui l'origine del déjà-vu venne "posizionato" in un'area posta tra talamo e corteccia temporale. La lettura dell'articolo accese una "lampadina" in Labate che vide in questi dati una strana correlazione con le alterazioni tipiche dell’epilessia del lobo temporale, il suo campo di studio. Si chiese allora se i soggetti sani analizzati nel 2012 fossero in realtà degli "epilettici asintomatici". Una idea dimostratasi a posteriori corretta.
La conclusione dello studio è che quanto avviene nei soggetti sani è verosimilmente un inganno percettivo e non un errore di memoria; in altre parole sarebbe l'emozione associata al fenomeno che si sta vivendo in quel momento ad attivare una correlazione con eventi passati in grado di attivare uguali emozioni.
Nulla di strano se si pensa che il 90% delle informazioni che registriamo ogni giorno rimangono latenti nel subconscio, e ci ricordiamo di esse solo se richiamate indirettamente.
Se è l'emozione il punto di contatto tra esperienze diverse e se esso può funzionare da innesco in grado di richiamare una memoria "nascosta" sovrapponendola all'evento in tempo reale, si comprende allora per quale motivo il déjà-vu sia così frequente anche nelle persone sane.

Negli epilettici il discorso è diverso.
Si tratta veramente di una falsa memoria che appare reale in quanto l’area coinvolta comprende corteccia visiva e ippocampo, le aree cerebrali responsabili del riconoscimento visivo e della memorizzazione a lungo termine, rispettivamente.

Siamo ancora all'inizio della comprensione del fenomeno ma il quadro comincia ad essere più chiaro.
(Articolo successivo sul tema --> "La natura delle allucinazioni"

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Fonte
- Neuro-anatomical differences among epileptic and non-epileptic déjà-vu
A. Labate et al (2014) Cortex


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