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Questo almeno è il mio obiettivo.
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I microbi intestinali e la produzione di serotonina

Chiedete ad uno studente di facoltà biomediche di parlare della serotonina e invariabilmente ascolterete un resoconto dettagliato delle caratteristiche di questo importante neutrotrasmettitore, della via serotoninergica e dei neuroni del sistema nervoso centrale che di questa via sono l'essenza. Niente da dire se non il fatto che nella stragrande maggioranza si trascurerà di sottolineare che la serotina è solo in minima parte prodotta nel sistema nervoso centrale.
Credit: E. Hsiao/Caltech
Le stime disponibili ci dicono infatti che fino al 90 per cento della serotonina viene prodotta nell'apparato gastrointestinale e che variazioni nei livelli di produzione sono associate a condizioni patologiche come colon irritabile, malattie cardiovascolari e osteoporosi. Un recente studio pubblicato da un team del Caltech e pubblicato sulla rivista Cell, mostra che il microbiota gioca un ruolo chiave in questa sintesi "delocalizzata" (per maggiori informazioni sul microbiota vedi qui).
Sul ruolo chiave dei batteri intestinali per il benessere fisico e sul fatto che la composizione di queste popolazioni sia una cartina di tornasole delle abitudini alimentari e dello stato di salute non si scopre nulla di nuovo. La frontiera della conoscenza è oggi capire come una variazione nella popolazione di batteri intestinali possa modificare lo stato mentale (in senso generale, da variazioni dell'umore a vere e proprie patologie) dell'ospite; in altre parole come questi batteri siano in grado di influenzare la rete nervosa agendo sui neurotrasmettitori.

Andiamo con ordine.
La serotonina periferica viene prodotto nel tratto digestivo dalle cellule enterocromaffini (che usano precursori delle amine come ad  esempio il 5-idrossitriptofano -->qui). I ricercatori californiani hanno confrontato i livelli di serotonina periferica in topi sani, ospitanti la normale popolazione di batteri intestinali, con quella di topi privi di microbi.
Serotonina
Ebbene, le cellule enterocromaffine dei  topi privi di germi producono circa il 60 per cento in meno di serotonina. La prova del nove si è ottenuta favorendo la ricolonizzazione dell'intestino con i microbi classici: dopo il trapianto i livelli di serotonina aumentarono sensibilmente a dimostrazione del fatto che il deficit di serotonina può essere invertito.
Altro esperimento interessante viene dall'analisi di quali siano i microbi in grado di condizionare meglio la produzione di serotonina. Sono state così identificate almeno 20 specie di batteri (tutti sporigeni) particolarmente "bravi" nello spronare l'attività cellulare. Una attività che detto per inciso ha una influenza sistemica vista la capacità della serotonina di interagire anche con alcune cellule immunitarie e alla sua attività pro-piastrinica (da qui il legame positivo fra serotonina e coagulazione).

Una dimostrazione in più dell'importanza del microbiota.

Articolo precedente su serotonina e sfera affettiva --> qui.

Fonte
-  Indigenous Bacteria from the Gut Microbiota Regulate Host Serotonin Biosynthesis.
Yano JM et al, Cell. 2015 Apr 9;161(2):264-76

Un metodo semplice per purificare l'acqua

L'acqua non potabile (quando pure l'acqua è presente) pone un grave problema di salute pubblica per milioni di persone in tutto il mondo.
E non mi riferisco solo alle popolazioni che vivono in aree arretrate o in cui le infrastrutture sono inesistenti come ben si evince dai problemi legati alla siccità (e in un certo senso alla domanda ben maggiore all'offerta possibile di acqua) in California. Un problema che fa prevedere per il futuro il ricorso al riutilizzo delle acque reflue dopo opportuno trattamento.
Purificare l'acqua fino a renderla potabile è un processo costoso ed è per tale ragione che lo studio di metodi alternativi di trattamento è un'area di interesse primario. Tra le innovazioni emerse recentemente quella pubblicata da un team dell'università della Virginia, si contraddistingue per semplicità.
Credit: Beeta Ehdaie et al
Il metodo è centrato su una tavoletta di ceramica che una volta inserita in un contenitore può purificare 10 litri di acqua ogni giorno per oltre 154 giorni. La tavoletta funziona rilasciando ioni d'argento, le cui proprietà antisettiche (su batteri, virus e protozoi) sono note e sicure per gli esseri umani.

Questi dispositivi sono relativamente economici e facili da produrre dato che la materia prima necessaria è segatura, argilla, e nitrato d'argento. Il problema che impone nuovi studi è che la composizione argillosa può influenzare le proprietà della tavoletta, variandone l'efficacia.
Chiaramente il metodo è indicato per trattamenti di acque inquinate biologicamente e non da residui industriali come metalli pesanti, etc.
Per queste ultime i centri di trattamento a valle delle industrie o, meglio ancora, prima del rilascio è l'unico approccio possibile. 

Fonte
- Porous Ceramic Tablet Embedded with Silver Nanopatches for Low-Cost Point-of-Use Water Purification.
Beeta Ehdaie et al (2014) Environ. Sci. Technol. 10.1021/es503534c

Kepler-138 b. Un pianeta quasi terrestre

Kepler-138 b è uno tra gli ultimi esopianeti scoperti che si contraddistingue dagli altri - oramai più di 1800 - per una caratteristica importante: è piccolo. 

Per quanto questa affermazione possa sembrare minimalista, è la prova del miglioramento analitico raggiunto, che solo pochi anni fa (meno di 10) limitava le scoperte ai "soli" pianeti giganti (gassosi) o alle "superTerre" (pianeti rocciosi molto più grandi della Terra).
Vedi qui per ulteriori dettagli sui metodi in uso per cercare pianeti in orbita attorno alle altre stelle della nostra galassia ---> QUI
La scoperta è stata fatta grazie ai dati forniti dal telescopio spaziale Keplero della NASA.
Grafico massa-dimensione e raffronto tra i pianeti del sistema solare e quelli di Kepler-138 (credi: NASA)

La stella attorno a cui orbita il pianeta è una nana rossa posta a circa 200 anni luce da noi. Kepler 138b ha una dimensione simile a quella di Marte ma una massa inferiore del 30%. Il periodo orbitale è molto veloce (10 giorni) ad indicare una forte prossimità con la stella (possibile senza per questo "cuocere" essendo una nana rossa).
(Articolo precedente su esopianeti scoperti dal satellite Kepler --> qui o clicca "esopianeti" nel tag nel pannello a destra)

Fonti
- NASA
- Gli esopianeti più piccoli tra quelli noti.
- Kepler Mission
- NASA exoplanet archive
- exoplanet.eu
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Dalla NASA i video in 4K fatti sulla ISS

Non tutti possiamo essere astronauti e godere dell'esperienza del volo e della vista della Terra dallo spazio. 
La NASA ci aiuta a sognare inaugurando una apposita sezione sul suo sito (NASA/UHD) che ospiterà le riprese video in 4K (ultra-HD) fatte a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Nel video qui allegato è presente anche la nostra Samantha Cristoforetti (link missione).
E' implicito che per godere appieno del video è necessario avere un monitor di nuova generazione. Per selezionare la risoluzione per voi ideale cliccate la rotellina sotto la barra di scorrimento del video. Ovviamente consiglio di provare per prima la risoluzione 2160p e poi scendere se il vostro sistema non supporta la visione in ultra-HD. Nella maggior parte dei casi la risoluzione massima visualizzabile sarà 1080p (a meno che non abbiate il nuovo iMac o un televisore 4K). Con iPad retina dovreste riuscire a visualizzare il 1440p

(all credit to the uploader ReelNASA)

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Di seguito una timelapse creata assemblando un centinaio di GB e migliaia di file rilasciati dalla NASA. In questo caso il lavoro certosino è stato reso disponibile da Dmitry Pisanko a cui vanno ovviamente i credit. Stesso discorso di cui sopra per la risoluzione.


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La sezione del blog in cui raccoglierò i link pubblici per video simili in futuro è "Cosa vede un astronauta dallo spazio"


Consiglio a coloro che sono interessati al tema di testare l'app (android) ufficiale della NASA --> NASA app.

Mangiare cibo "organico" non abbassa il rischio di cancro

Mangiare cibo "organico" non abbassa - da solo - il rischio di cancro
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(Articolo precedente sul tema cibo biologico ---> qui)
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Introduzione
Partiamo da due postulati sui quali è difficile non essere in accordo:
  • Il termine "biologico" è stato preso in ostaggio dai guerrieri del marketing che lo hanno trasformato da aggettivo di senso compiuto - "che ha rapporto con gli organismi viventi, animali o vegetali, in quanto organizzati, cioè dotati di organi", in pratica βίος (bios) - a sostantivo generico usato per indicare ciò che è "naturale". Questo passaggio non è di poco conto in quanto è diventato un sinonimo di qualità nell'alimentazione e in senso esteso come indicatore di sostenibilità. In realtà il processo è un classico esempio di "brandizzazione" mirante a creare una nicchia di mercato ad alto ritorno economico in cui allocare i prodotti etichettati con il logo "organico". Il proliferare di prodotti, di aree dedicate nei supermercati, di intere catene a nome "Bio-" e perfino di vini egualmente biologici esemplifica al meglio il mercato (e il giro d'affari) sottostante. Un paradigma del metodo da  manuale "crea il bisogno, avrai la domanda, otterrai il mercato". 
  • Mangiare bio-, mangiare naturale, mangiare cibi qualitativamente sani non sono termini intercambiabili!
  • Mangiare male, sia da un punto di vista qualitativo (a causa delle tecniche di conservazione, dei trattamenti, etc) che quantitativo (eccedere in alcuni alimenti, siano essi "virtuosi" o "pessimi") o minimizzare quelli virtuosi, è una abitudine altrettanto deleteria.
Che l'accezione "mangiare biologico" sia di moda è indubbio. Che le stesse persone che marciano sotto tale vessillo ideologico sia spinte da un legittimo desiderio di mangiare sano è altrettanto indubbio. Il problema è che speranze e realtà coincidono raramente.
Gran parte dei problemi nasce sia dalla confusione e apparente intercambiabilità tra le tante etichette esistenti ("biologico", "organico", "della fattoria", "a chilometro zero", …) che per l'indubbio fatto (ma trascurato dai più) che un prodotto assolutamente naturale possa rappresentare un pericolo micidiale per la salute.
Nota. considero qui un prodotto naturale un prodotto "non modificato da processi non presenti in natura o artificialmente introdotti" (consiglio a tal proposito la lettura di un precedente articolo sul tema (qui)
Classici esempi dei rischi insiti in prodotti assolutamente naturali sono le aflatossine del grano, i funghi, l'anisakis nel pesce, ... .
Per lo stesso motivo le campagne anti-OGM hanno ben poco di scientifico dato che i tanti avversari tendono a dimenticare (o peggio non sanno) che non solo i prodotti OGM sono da anni la componente base dei mangimi ma, cosa ancora più importante, non esiste alcun prodotto animale o vegetale che oggi noi consumiamo che non sia il frutto di una selezione operata dall'uomo. Un discorso che vale per gli animali da allevamento, per le piante da frutto e per molti dei vegetali che mettiamo in tavola.
Sarebbe utile quindi spostare l'attenzione dal semplice aggettivo "biologico" al più completo "portatore di elementi nutritivi idonei".
Per due motivi.
Il primo è che molte certificazioni sono opinabili in quanto sono solo il risultato di un accordo tra i produttori volto a definire cosa è "bio" nel loro settore. Il secondo è che molti prodotti, come il vino, NON possono essere definitivi "naturali" (nel senso di presenti in natura) essendo il risultato di una manipolazione chimica condizionata dall'uomo. E' OVVIO che mangiare una mozzarella prodotta dal latte di animali che vivono in zone altamente contaminate o mangiare verdura da campi irrorati con sostanze fuorilegge o non "neutralizzate" dopo la raccolta è poco consigliabile. Così come lo è mangiare un'alga naturale ma ricca di mercurio.
Come mi disse uno che da generazioni produce vino di qualità, "di bio nel vino ci sono al massimo i grappoli". Una frase sostanziata a termini di legge con il fatto che non esistono vini biologici ma bensì esistono e sono certificati i vini ottenuti da uva biologica, vale a dire non trattata. Tutto il resto del procedimento è da sempre un artificio umano. E artificio viene da ars, cioè capacità e conoscenze e non da alterazione pretestuosa.
E' molto più importante che una arancia, giusto per fare un esempio, sia stata trattata in modo consapevole (con una sostanza a veloce inattivazione, non in grado di penetrare la buccia, facilmente eliminabile con l'acqua e a basso impatto ambientale) piuttosto che comprare 10 arance non trattate e doverne buttare 6 come marce (chiunque abbia un agrumeto e non lo usi per scopi commerciali potrà fornirvi dati simili e non "viziati" dall'interesse personale).

Lo studio
Ampliando un po' il discorso bisogna sfatare l'assunto che mangiare "bio" sia il passaporto per una vita lunga e senza malattie.
Interessante l'articolo pubblicato sul British Journal of Cancer che ha indagato la veridicità della correlazione tra mangiare cibi biologici e protezione dai tumori nelle donne.
Nello studio i ricercatori della università di Oxford dimostrano che non esistono evidenze statisticamente significative che mangiare cibo garantito come biologico (quindi totale assenza di pesticidi lungo tutta la filiera) sia in qualche modo associato ad una minore incidenza di cancro.
Attenzione, questo NON vuol dire che è irrilevante che il cibo che noi mangiamo sia stato trattato o meno con con pesticidi. Vuol dire che gli unici prodotti che devono essere approvati sono quelli la cui latenza e/o lavabilità è tale da essere completamente neutralizzate molto prima che il prodotto arrivi nel nostro piatto. Il confronto non va fatto tra alimenti contaminati e non, ma tra alimentati trattati a norma di legge e non trattati.
Tornando all'analisi, lo studio ha coinvolto circa 600 mila donne di età superiore ai 50 anni già reclutate per uno studio osservazionale su larga scala (il Million Women Study) volto a studiare l'impatto che le differenze nello stile di vita quotidiano ha sulla salute delle donne. Alle partecipanti è stato chiesto, in modo periodico, di rispondere ad una serie di domande sul loro stile di vita (ivi compreso il tipo di alimentazione). Nel campione preso in esame circa 50 mila donne si sono ammalate di cancro nel periodo di riferimento. Dati questi numeri (assolutamente fisiologici come frequenza in quella fascia di età) i ricercatori sono andati ad incrociare i dati raccolti in precedenza su quelle donne per cercare di capire se fosse possibile evidenziare fattori o comportamenti associabili con il rischio malattia.
Dal confronto statistico tra le 45 mila donne che avevano dichiarato (in modo preciso) di seguire una alimentazione centrata sul cibo naturale e le 180 mila donne che avevano dichiarato di non avere mai fatto una scelta specifica in tal senso (il che tradotto vuol dire che i prodotti alimentari da loro comprati al supermercato non erano quelli etichettati come biologici), non sono emerse differenze significative.
Analizzando meglio i numeri si scopre che le donne che hanno dichiarato di privilegiare una alimentazione "biologica" mostravano da una parte un rischio leggermente maggiore per il tumore del seno e dall'altra una riduzione di rischio per il linfoma non-Hodgkin. Tali piccole variazioni sono verosimilmente attribuibili a fattori diversi da quelli alimentari (ambientali o genetici.
Secondo Tim Key, l'epidemiologo responsabile dello studio "In questo ampio studio condotto su donne di mezza età nel Regno Unito non abbiamo trovato alcuna prova che il rischio complessivo sia in qualche modo influenzato dal mangiare o meno cibo "organico". Il consiglio migliore è sempre quello di lavare accuratamente ogni prodotto comprato più che selezionare un logo".

Secondo le stime dei ricercatori, oltre il 9 per cento dei casi di cancro nel Regno Unito sono in qualche modo correlati al regime alimentare seguito; di questi il 5 per cento è una conseguenza di non mangiare abbastanza frutta e verdura.
Il miglior consiglio ancora una volta è una dieta nutrizionalmente equilibrata e ricca di frutta e verdura. Biologica o meno poco importa. L'importante è che venga da zone e/o lavorazioni adeguatamente monitorate e che sia lavata. Il fattore etico nelle modalità produttive è sicuramente importante ma non deve essere confuso con la qualità del cibo. E' una scelta sempre consigliabile perché crediamo in certi valori e non perché qualcuno ingenera appositamente confusione tra i termini allo scopo di fare marketing.

Sul tema cibo, mode salutiste e leggende su OGM vedi anche il tag --> cibo&moda


Fonti
- Organic food doesn’t lower overall cancer risk
Cancer research UK, news

- Organic food consumption and the incidence of cancer in a large prospective study of women in the UK 
Bradbury, KE et al. British Journal of Cancer (2014)

Il risveglio del lander Philae

Questa la vignetta postata sul sito dell'ESA nel dare l'annuncio del risveglio del lander Philae (image: ESA)

Philae, il lander della sonda Rosetta atterrato (anzi "accometato") con successo sulla cometa 67P/Churyumov- Gerasimenko lo scorso 12 novembre, si è risvegliato dal "letargo" programmato.
Nota. Consiglio a chi non abbia seguito la missione di rileggersi l'articolo su questo blog che riassume le fasi salienti della missione fino alla ibernazione ---> "Missione Rosetta"
Un intervallo di sette mesi necessario per dare modo al lander di ricaricare le batterie solari quando le condizioni di esposizione al luce solare fossero divenuti ottimali e prima del raggiungimento del perielio, il punto di maggiore prossimità al Sole, dove le condizioni operative saranno le migliori possibili. Il momento è giunto ufficialmente quando il centro di controllo delle operazioni spaziali dell'ESA (Ente Spaziale Europeo) sito a Darmstad in Germania, ha ricevuto il segnale da Philae, ritrasmesso dalla sonda Rosetta rimasta nelle vicinanze della cometa.  Erano le 22:28 del 13 giugno.
Nota. La sonda Rosetta ha dovuto riavvicinarsi alla cometa con una lunga manovra in modo da mettersi in una posizione più favorevole per ascoltare i segnali del lander. La cometa infatti ha una massa troppo piccola perché sia possibile mettere in orbita stazionaria una sonda. La prima comunicazione dopo il risveglio è durata circa 85 secondi.
Da quel momento sono più di 300 i pacchetti di dati ricevuti, ora in fase di analisi. Ma come vedremo di seguito, siamo solo all'inizio.
Non è superfluo sottolineare come la ricezione del segnale di "ritorno in vita" di Philae abbia fatto tirare un sospiro di sollievo agli scienziati coinvolti, le cui coronarie erano state già messe a dura prova durante la fase di attracco - non ottimale - sulla cometa.

Questi i primi commenti rilasciati da Stephan Ulamec, responsabile del lander "Philae sta facendo molto bene. E' attualmente operativo e con una potenza disponibile di 24 watt è pronto per le prossime operazioni".
La cometa vista da Rosetta (credit: ESA)

Dai primi dati analizzati si è visto che il lander si era già risvegliato più volte per brevi periodi di tempo nei mesi scorsi. Durante queste brevi sessioni, il lander ha raccolto dati ambientali senza però inviarli proprio per evitare di consumare la batteria inutilmente. Si stima che nella memoria di massa di Philae siano disponibili almeno 8000 pacchetti di dati con la cronistoria di quanto avvenuto in questi mesi.
Dove si trova ora la cometa? Qui il link dell'ESA in cui viene visualizzato e comparato il percorso della cometa e quello di Rosetta dal 2004 fino ad oggi.
Ad oggi mancano 55 giorni al perielio.
Ci sarà tempo per tornare sull'argomento mano a mano che i dati verranno analizzati e Philae continuerà nella sua opera di raccolta.

 ***

Per seguire tutte  le novità della missione consiglio il blog dell'Agenzia Spaziale Europea (--> ESA)
La posizione di Rosetta al 20/10/2015
La cometa si è trovata a raggiunto alla fine di settembre il punto di maggiore prossimità al Sole. Ad oggi è in fase di allontanamento, quasi in prossimità dell'orbita di Marte (controlla QUI la posizione attuale)


***
Ottobre 2015
Il video della conferenza sui risultati della missione presentato al Caltech--> "Back to the Beginning: The Rosetta Comet Rendezvous Mission - P. Weissman - 10/14/2015)"


Video divulgativo in inglese sulla missione (credit: ESA)


Articolo successivo sulla missione Rosetta --> QUI.

Potrebbe anche interessare sull'argomento ---> "Missione Plutone" e "Missione Dawn"

Fonte
- sito web della missione --> link

Il tè verde è utile nella prevenzione dei tumori del cavo orale?

Che il tè verde faccia bene è un dato di fatto scientifico, e questo pareggia i conti con un sapore non proprio eccelso se paragonato a miscele di tè nero più corpose.
Più complicato è comprendere "quanto" bene faccia e come eserciti la sua azione benefica.
Piantagioni di tè verde (by ~Mers)
Tra le ultime osservazioni sul tema, vi è la scoperta che un composto trovato nel tè verde può attivare una serie di eventi che portano alla morte di eventuali cellule neoplastiche presenti nel cavo orale lasciando inalterate le cellule sane. La ricerca, condotta dal team guidato da Joshua Lambert della Penn State University, potrebbe portare a trattamenti per i tumori del cavo orale, una malattia che uccide circa 8 mila persone negli USA ogni anno.

Tutto nasce da studi precedenti che avevano identificato nella EGCG (epigallocatechina-3-gallato) la molecola presente nel tè verde in grado di uccidere selettivamente, in coltura, le cellule neoplastiche. Lo studio di Lambert ne ha indagato il meccanismo di azione dimostrando che la selettività dipende da una diversa risposta mitocondriale. Nelle cellule tumorali la EGCG, a causa di un metabolismo mitocondriale alterato, favorisce l'accumulo dei radicali liberi (specie reattive dell'ossigeno), che se non eliminati provocano la morte del mitocondrio prima e della cellula poi. Il mitocondrio funziona infatti non solo come centrale energetica della cellula ma anche come detossificante grazie all'attività di proteine antiossidanti da questo prodotte. Se il numero di mitocondri cala, cala sia la efficienza energetica della cellula che la capacità della stessa di gestire molecole altamente tossiche come l'ossigeno e i suoi derivati. Il risultato inevitabile è un aumento "a catena" dei danni ossidativi nella cellula che portano alla sua morte diretta o al "suicidio" (vedi -->apoptosi).
EGCG (wikimedia)
 La domanda ovvia è cosa abbiano le cellule normali di diverso per essere più resistenti alla azione stressogena del EGCG. In termini più semplici, perché il prodotto fa male solo alle cellule tumorali?
L'analisi comparativa della risposta cellulare allo stressogeno è stata condotta in colture cellulari, a concentrazioni del principio attivo paragonabili a quelle presenti nella saliva quando si mastica una gomma a base di tè verde.
Nota. Utilizzare una gomma da masticare a base di estratti del tè verde permette di massimizzare il tempo di esposizione delle cellule del cavo orale ai principi attivi. E' evidente che il tempo di permanenza ha un ruolo non irrilevante e che tale tempo è nettamente inferiore durante il consumo della bevanda che - di solito - transita velocemente nel cavo orale.
A tempi diversi, i ricercatori hanno raccolto le cellule trattate per monitorarne lo stress ossidativo. Qui entra in gioco una proteina chiave, la sirtuin 3 (SIRT3) che svolge un ruolo chiave nella attività mitocondriale e nella risposta anti-ossidante. Per capirci parliamo di un membro di una famiglia di proteine, le sirtuine, note da anni come determinanti della longevità in diversi modelli animali.

Ecco allora che il fatto che la EGCG sia in grado di influenzare in modo selettivo l'attività di SIRT3 in modo opposto nei due tipi di cellule assume una valenza chiave: nelle cellule tumorali SIRT3 viene inattivato mentre nelle cellule normali la sua attività aumenta (e così l'azione protettiva).
Il dato è stato confermato non solo in linee cellulari tumorali del cavo orale ottenute da pazienti tra loro non correlati ma anche da tumori di altri distretti corporei.

Quale sarà il prossimo passaggio? Confermare prima di tutto l'azione protettiva in animali e, se i dati saranno confermati e non ci saranno controindicazioni (safety) si potrà procedere con i test su essere umano.

Altri vantaggi?
L'utilizzo di estratti di tè verde potrebbe contribuire a mitigare alcuni degli effetti collaterali associati ai farmaci chemioterapici, per loro stessa natura tossici in quanto colpiscono le cellule in rapida divisione. Il problema implicito a questi farmaci è che le cellule tumorali non sono le uniche cellule mitoticamente attive nell'adulto (follicoli piliferi, cellule epiteliali - in particolare quelle intestinali -, cellule midollari e ovviamente le cellule germinali) e quindi gli effetti collaterali sono spesso inevitabili.
E' vero chei farmaci di nuova generazione grazie alla specificità dell'azione (o al modo di somministrazione) hanno un impatto minore sulle cellule normali, ma è altrettanto indubbio che minori sono gli effetti collaterali maggiore sarà la "qualità di vita" e a cascata la compliance del paziente.

La EGCG ha il vantaggio di non presentare effetti collaterali noti.
Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una molecola risolutiva ma potrebbe fornire, previa validazione dei dati, un valido compendio preventivo.

Articoli precedenti su tè verde e potenziali effetti protettivi contro Alzheimer e patologie della prostata.


Fonte
- Differential prooxidative effects of the green tea polyphenol, (-)-epigallocatechin-3-gallate, in normal and oral cancer cells are related to differences in sirtuin 3 signaling.
 Ling Tao et al, Molecular Nutrition & Food Research, 2014; DOI: 10.1002/mnfr.201400485

Un farmaco già in uso per la pressione utile per prevenire l'epilessia post-traumatica

Tra i disturbi neurologici noti anche ai non addetti ai lavori (almeno per mero riconoscimento del termine) vi è sicuramente la crisi epilettica, data la sua ampia rappresentazione in film e televisione o per esperienze personali.

Ma crisi epilettica ed epilessia non sono termini intercambiabili: una crisi epilettica è l'aspetto manifesto di una varietà di eventi neurologici caratterizzati da una scarica elettrica anomala, e in sincrono, di molti neuroni della corteccia cerebrale o del tronco encefalico.

Si può parlare di epilessia solo se le crisi si ripetono nell'arco di un periodo di tempo limitato e se l'arco temporale in cui si ha evidenza di tali crisi è prolungato.
Giusto per fornire dei numeri si ritiene che ben il 5% della popolazione abbia avuto almeno una crisi epilettica nel corso della vita, ma non per questo tali soggetti sono catalogabili come "epilettici". Secondo alcune stime, che variano ovviamente in paesi diversi (anche per cause genetiche), i soggetti a rischio di crisi epilettiche ripetute rappresentano lo 0,5% della popolazione. 

  • In linea generale si parla di epilessia primaria idiopatica quando la storia clinica o gli esami diagnostici non evidenziano cause alla base della anomala attività neuronale. Una causa "ignota" non indica che il fenomeno sia raro;  circa 6 casi su 10 appartengono a questa categoria con manifestazioni che iniziano spesso prima dell'adolescenza. Le cause sottostanti sono verosimilmente genetiche o metaboliche. 
  • 
Gran parte delle epilessie dette secondarie si manifesta dopo i 40 anni e sono la conseguenza di altre cause (magari silenti) sottostanti, tra cui tumori, traumi (circa il 15 per cento dei casi), ischemie, infezioni, malformazioni vascolari o altro ancora. Una complessità diagnostica questa che sottolinea l'importanza di consultare uno specialista al manifestarsi di sintomi mai sperimentati prima; le cause potrebbero andare da un temporaneo squilibrio metabolico ad un campanello d'allarme utile come salvavita, se portato alla conoscenza del medico.
Ci sarebbe poi da distinguere tra crisi focali o generalizzate a seconda dell'estensione dell'area cerebrale interessata dalla scarica elettrica, ma questo esula dallo scopo di questo articolo.

La forma secondaria è quella qui di maggior interesse in quanto potenzialmente "prevenibile" grazie ad un farmaco già in uso per un'altra patologia. Un tema di cui ho trattato in precedenza (qui) quello della seconda vita di un farmaco di cui si scoprono potenzialità insospettate (e non prevedibili a priori) dopo l'entrata in commercio quando l'ampia casistica (e la variabilità inter-individuale) permette di evidenziare effetti secondari specifici.
Nota. Ricordo che l'approvazione di un farmaco è vincolata ad un uso specifico, quello testato durante la sperimentazione. Qualora si volesse estendere il trattamento "off-label" ad indicazioni diverse sarà necessario ripetere la sperimentazione dichiarando a priori che cosa si vuole dimostrare; i test clinici associati saranno "semplificati" rispetto alla mole di dati richiesta per un farmaco mai testato prima, ma ci vorrà lo stesso qualche anno per ottenere il semaforo verde dalla FDA o dall'EMA.
Il dato sul nuovo-vecchio farmaco utilizzabile nell'epilessia emerge dal lavoro pubblicato sulla rivista Annals of Neurology da un team di ricercatori della università di Berkeley, che ha studiato un farmaco comunemente usato come anti-ipertensivo. I resoconti clinici "sul campo" avevano fatto infatti balenare l'ipotesi che tale farmaco avesse anche una attività anti-epilettica su tali soggetti con epilessia postg-traumatica; da qui i test condotti su modelli murini della malattia per cercare di confermare in tutta sicurezza il dato e quantificarlo.
La correlazione tra trauma e crisi epilettica è verosimilmente legata al danneggiamento della barriera emato-encefalica la cui funzione è da una parte quella di proteggere il cervello da sostanze chimiche potenzialmente dannose (ma anche microbi o dal suo stesso sistema immunitario) presenti nel sangue e dall'altra serve per prevenire la perdita di sostanze importanti. Il danneggiamento della barriera provoca infiammazione, una delle cause degli scompensi "neuro-elettrici"  che inducono l'epilessia. In questo ambito sembra giocare un ruolo centrale l'anomalo legame di una proteina plasmatica (albumina) ad uno dei recettori chiave per l'infiammazione (TGF-β-R) presente sugli astrociti. 
Il farmaco in esame è il Losartan (Cozaar ®) e nei ratti testati si è dimostrato  in grado di prevenire la comparsa delle convulsioni nel 60 per cento dei casi, contro lo zero per cento dei ratti testati con un placebo. Nel restante 40 per cento dei casi il numero di convulsioni è stato quattro volte inferiore rispetto ai controlli.
Il farmaco agirebbe bloccando il recettore del TGF-beta (un bersaglio secondario rispetto al recettore dell'angiotensina-1 per cui era stato disegnato), limitando così il processo infiammatorio sul nascere.
Ma non è tutto.
La somministrazione di Losartan per tre settimane, a partire dal momento della lesione, si è rivelato sufficiente a prevenire la maggior parte dei casi di epilessia nei roditori nei mesi successivi.
Altro elemento interessante è che il farmaco funziona anche quando è disciolto in acqua il che dimostra che è in grado di raggiungere il cervello passando attraverso la barriera emato-encefalica solo e soltanto nei nei topi malati, cioè nei topi in cui tale barriere è almeno localmente compromessa. Un passaggio impossibile nei topi sani; questo rende il trattamento ancora più specifico in quanto funzionalmente attivo solo quando serve, cioè quando ci sono lesioni.

Quando la barriera emato-encefalica è lesionata si possono verificare incontri pericolosi come quelli tra le proteine del sangue e il recettore TGF-beta sugli astrociti. La risultante è una cascata di eventi che porta all'infiammazione; risultato netto sono neuroni ipereccitabili (giallo) e crisi epilettiche (Image by Greg Chin, Vlad Senatorov & Oscar Vasquez, UC Berkeley)
Uno degli autori del lavoro, Daniela Kaufer, è cautamente entusiasta per la scoperta: "quello che è veramente nuovo è che non si tratta di un farmaco in grado di contrastare la sintomatologia ma di prevenirla".

E' bene ricordare che il dato si riferisce ai casi di epilessia causata da traumi e che i traumi aumentano la probabilità di crisi epilettiche del 10-50 per cento.


Fonte
- Losartan prevents acquired epilepsy via TGF-β signaling suppression
Guy Bar-Klein Annals of Neurology  Volume 75, Issue 6, pages 864–875, June 2014

- Commonly available blood-pressure drug prevents epilepsy after brain injury
University of Berkeley, news

Bentornata Samantha Cristoforetti


Fine della missione per la nostra astronauta che, tra le altre cose, ha stabilito il nuovo record di permanenza nello spazio per una donna con 199 giorni e record assoluto per un astronauta italiano (record detenuto finora da Luca Parmitano con 166 giorni).

Di seguito le fasi conclusive dell'atterraggio della Soyuz
Per rivedere tutte le fasi salienti della missione, dalla partenza all'atterraggio odierno continuate nella pagina dedicata alla missione (con video in ordine cronologico), ovviamente sempre su questo blog 

(http://scienceabovetheclouds.blogspot.com/2015/06/il-volo-di-samantha-lastronauta-in.html)

Il cibo biologico vale il prezzo pagato?

 Ritorno su un tema già trattato in passato, cioè quanto l'etichetta "biologico" associata al cibo sia un una bandiera qualitativa o una moda spesso priva di sostanza che viene fatta pagare salata al consumatore. Del resto il fenomeno è tutto intorno a noi e, talvolta, va a braccetto con altre mode salutiste come la ricerca del cibo senza glutine (che a cascata provoca danni alimentari - solo i celiaci hanno la necessità di evitare il glutine - ed economici, a causa dell'aumento dei prezzi).
(articolo precedente sul tema --> "cibo biologico, imparare a leggere dall'etichetta")
Rimanendo sul tema del biologico, riporto di seguito il contenuto - accorciato ed adattato per un pubblico italiano - di un articolo pubblicato pochi giorni fa sul Los Angeles Times a firma di David Lazarus. Eccone un estratto:
(...) Di fianco a tanti consumatori che si fanno tentare dall'etichetta "Bio", molti altri cominciano a chiedersi se il mark-up [il costo aggiuntivo rispetto al prezzo base. NdB] di questi prodotti sia ragionevole rispetto alle loro caratteristiche reali. Secondo alcuni recenti sondaggi solo il 40% degli appartenenti alla 'generazione-X' [NdB i quarantenni di oggi] afferma di credere che un prodotto venduto come Bio- sia veramente tale e il 50% ritiene che tale etichetta serva soltanto come scusa per vendere il prodotto (...). La domanda chiave che tutti si pongono è se veramente l'etichetta Bio- sia sinonimo di un prodotto migliore da un punto di vista nutrizionale, un indice di un minore impatto ambientale (e se si quanto) o nessuno dei due. I numeri indicano chiaramente che l'unica cosa certa è il prezzo: in media un prodotto Bio- costa il 47% in più (con punte che arrivano al 300%).In linea generale i consumatori si aspettano che i prodotti Bio- siano a basso impatto ambientale, non trattati con pesticidi o antibiotici. La maggior parte degli acquirenti ritiene che il mark-up sia legato alla più difficile produzione (o alla minore resa).
[NdB. Nessuno vede il controsenso tra la necessità attuale di ottimizzare la produzione in modo da minimizzare l'impatto sull'ambiente e invece usare poco e male la terra favorendo così la ricerca di nuove aree coltivabili, che spesso equivale a disboscare?] 
E se invece il maggior prezzo non fosse altro che il risultato di una banalissima legge di mercato, dove un prodotto scarso e una domanda in crescita genera in automatico un aumento dei prezzi, che solo marginalmente hanno quindi a che vedere con le difficoltà produttive? Aggiungiamo a questo elemento un altro punto chiave ben noto a chi si occupa di psicologia dei consumi, cioè il traino intrinsecamente associato ai prodotti "ad alto valore etico" motivato dalla consapevolezza di avere pagato qualcosa in più per agire in prima persona nel miglioramento. La domanda importante è allora capire se veramente questo surplus di spesa si traduce in un miglioramento per l'acquirente o solo per chi vende. Uno studio della Mayo Clinic suggerisce che sembra vera solo la seconda ipotesi: non ci sono differenze sostanziali da un punto di vista nutritivo tra Bio e convenzionale". 
(...) da un punto di vista normativo le leggi USA affermano che un prodotto agricolo può essere chiamato biologico (NdB. 'Organic' nella versione originale) solo se non sono stati utilizzati pesticidi, prodotti di sintesi o organismi geneticamente modificati. Nel caso di un prodotto animale, questo deve essere stato allevato in ambiente naturale, nutrito con cibo al 100% biologico e mai trattato con ormoni o antibiotici. Il discorso si complica un poco quando si parla di cibo confezionato: se l'etichetta dice "100%-organic" allora vale il discorso di cui sopra per gli ingredienti; se  l'etichetta dice solo "biologico", allora il 5% del prodotto può non essere tale; una etichetta che dice che il prodotto è "fatto con ingredienti organic", indica che almeno il 70% degli ingredienti è tale. Quando si arriva a etichette come "cibo naturale" allora si entra nella nebbia totale perché non c'è alcuna norma in merito. Ad esempio lo zucchero è naturale ma da qui a dire che il suo consumo sia salutare ce ne corre... .
Altro interessante articolo
su Time del 2010
 (...) Liz Applegate, direttrice del dipartimento di nutrizione sportiva alla università di California a Davis è salomonica: "per quanto riguarda gli alimenti biologici il mio consiglio è di comprare biologico quando il prezzo è abbordabile. Il che è un discorso che può avere senso per un utente singolo ma non per una famiglia, dove l'aggravio di costo sarebbe poco ragionevole. Molto più intelligente è mangiare molta più frutta e verdura classica, dopo averla pulita adeguatamente. Questo da solo avrà un impatto positivo sia sulla nostra salute che sulla sostenibilità ambientale".

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Sullo "scandalo dei prezzi"gonfiati dai rivenditori consiglio la lettura di un recente articolo pubblicato sull'Huffington Post "Whole Foods Co-CEOs Admit To Overcharging Customers".

(articolo precedente sul tema --> "Mangiare organico non abbassa il rischio cancro" )

Conto alla rovescia per l'arrivo "su" Plutone

Il 14 luglio 2015 la sonda New Horizons dovrebbe agganciare l'orbita di Plutone, iniziando così la fase analitica di una missione iniziata quasi 10 anni fa in un contesto diverso.
Quando la sonda venne lanciata nel lontano 2006, Plutone era infatti ancora un pianeta a tutti gli effetti. Oggi alcune cose sono cambiate, tra cui spicca la retrocessione di Plutone a pianeta nano; una scelta condivisa dalla quasi totalità della comunità scientifica per alcune delle sue caratteristiche "strutturali" che altrimenti avrebbero aperto la strada a considerare ugualmente pianeti altri oggetti più simili a maxi-asteroidi posti nelle zone più esterne del sistema solare.
Un pianeta nano è un oggetto celeste in orbita diretta attorno ad una stella, con massa sufficiente per essere in equilibrio idrostatico rispetto alla propria gravità (in grado quindi di assumere una forma sferoidale) ma che non è stato in grado (massa insufficiente) di ripulire la propria orbita dai detriti (--> Dominanza Orbitale).
Fino ad ora, tutto quello che sapevamo di Plutone veniva da immagini sfocate ottenute con il telescopio spaziale Hubble o da osservazioni terrestri, la migliore delle quali aveva una dimensione di 5 pixel in orizzontale. Per avere una idea della scarsità di informazioni disponibili, se immaginassimo di pixellare la Terra alla stessa risoluzione non si riuscirebbe a capire se esistono oceani e continenti. Paradossalmente è più semplice ricavare informazioni sugli esopianeti (pianeti di sistemi posti a decine di anni luce dalla Terra), ad esempio presenza e caratteristiche dell'atmosfera, grazie alle misurazioni gravitazionali, spettrometriche e di velocità di transito ottenibili dal loro passaggio "di fronte" alla stella. Tutti dati impossibili da ottenere nel caso di un pianeta nel nostro sistema posto in un orbita esterna alla nostra.
La missione New Horizons ci fornirà molti dei tasselli mancanti per capire non solo le caratteristiche di questo pianeta ma anche quella di oggetti presenti nella Fascia di Kuiper sia da un punto di vista fisico che nell'ambito dell'evoluzione del sistema solare.

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Iniziamo con le caratteristiche base di Plutone:
  • Plutone è stato identificato nel 1930 e fino all'agosto 2006 era considerato in tutto un pianeta. Per decisione della Unione Astronomica Internazionale venne retrocesso al rango di pianeta nano.
Dal confronto di foto come queste si scoprì un corpo in movimento, Plutone
  • Il pianeta (come avvenuto in precedenza per Nettuno) era stato "previsto", nel senso che "doveva" esistere un pianeta - molto grosso - per spiegare alcune incongruenze orbitali di Nettuno. L'errata previsione dimensione (spiegabile a posteriori con la scoperta della esistenza della Fascia di Kuiper) è un classico esempio di come la scienza sbaglia quando vuole trovare qualcosa e associa a quel qualcosa caratteristiche che non ha (vedi di seguito il titolo in prima pagina del New York Times relativo alla scoperta di un pianeta gigante addirittura più grande di Giove)
L'articolo del  NYT che riporta la scoperta ... "ingigantita"

  • A differenza degli altri pianeti esterni Plutone è infatti roccioso e piccolo, anche per gli standard dei pianeti rocciosi. Con un diametro di 2322 chilometri, è circa un sesto delle dimensioni della Terra.
Comparazione dimensionale dei pianeti rocciosi e di alcuni satelliti. I pianeti giganti come Giove sono stati deliberatamente non inseriti (vedi QUI per un paragone). Credit: clarkplanetarium.org

Come apparirebbero Plutone e Caronte messi vicino alla Terra (©NASA)


  • Come Urano ruota "su un lato". Al momento il suo polo nord (quindi il suo asse di rotazione) è rivolto verso il Sole.
  • Un anno plutoniano, tempo di orbita intorno al Sole, equivale a 248 anni terrestri.
  • La sua orbita è molto più allungata ed inclinata rispetto a quella degli altri pianeti. Una orbita talmente ellittica che tra il 1979 e il 1999 il pianeta era più vicino al Sole di Nettuno.
L'orbita ellittica di Plutone(freccia) che interseca quella di Nettuno. Tutti gli altri punti sono gli oggetti di dimensioni a volte piccoli e altre non molto minori di Plutone, scoperti negli ultimi decenni.
  • La temperatura media alla sua superficie è di -230 gradi Celsius, sufficientemente bassa perché d'inverno la sua sottile atmosfera fatta di azoto, metano e biossido di carbonio congeli.
  • Ha cinque lune note, la più grande delle quali è Caronte, poco più grande della Francia. Data la dimensione di questo satellite sarebbe meglio parlare di un sistema binario Plutone-Caronte più che del solo Plutone. La peculiarità di questi satelliti è che a differenza delle classiche lune, non ruotano attorno al pianeta ma invece orbitano attorno ad un comune centro di gravità. Le teorie correnti ritengono che Caronte si sia formato in seguito ad un gigantesco impatto nelle prime fasi di vita della storia di Plutone (da qui il suo particolare asse di rotazione). Le altre quattro lune note sono molto più piccole e verosimilmente, data anche la loro struttura irregolare, sono i detriti derivati dalla stessa collisione.
    Ci sono altre lune oltre alle cinque note? (immagine: NASA
Di seguito una ricostruzione al computer della irregolare forma e rotazione di Notte (Nix) e Idra: 4 anni di misurazioni condensate in due minuti (fonte: space.com; credit to NASA).
 

 
In giallo l'orbita di Plutone. All'esterno è visibila la Fascia di Kuiper
L'immagine sopra mostra un altro dettaglio interessante che contraddistingue Plutone, cioè il suo asse orbitale alquanto "angolato" rispetto agli altri pianeti del sistema solare. Una differenza osservabile nella animazione qui sotto
Plutoorbit1.5sideview.gif
 Credit: to Lookangmany (via wikimedia)

Salvo imprevisti o deviazioni dell'ultimo minuto (vedi sotto) la sonda New Horizons coronerà una annata densa di successi nel campo spaziale se consideriamo l'arrivo di Dawn su Ceres (link) e "l'accometaggio" di Philae nell'ambito della Missione Rosetta (link). Tutte pietre miliari delle capacità tecnologiche raggiunte nell'ambito della collaborazione NASA e ESA.

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Il conto alla rovescia per l'incontro con Plutone è iniziato ufficialmente alla fine di aprile 2015 non perché sia cambiato qualcosa nei piani di volo o nella data fissata per l'entrata in orbita (il 14 luglio 2015) ma per l'arrivo delle prime immagini scattate dalla sonda nella sua corsa verso il pianeta.

Le immagini, scattate tra il 27 aprile e il 1 maggio, sono state processate al computer al fine di rimuovere sia il bagliore di fondo delle stelle che la luce riflessa da Plutone e Caronte. L'animazione ottenuta unendo immagini prese a tempi diversi permette di osservare l'orbita dei satelliti di Plutone (credit: NASA)

Le immagini all'inizio a bassa risoluzione hanno visto un netto miglioramento, anche solo a distanza di giorni, mano a mano che il processo di avvicinamento proseguiva. Una risoluzione che lascia perplessi, abituati come siamo alle immagini ad alta risoluzione che da anni ci fornisce Hubble, ma che ha ragioni pratiche e facilmente comprensibili. In primis vi è la distanza tra la sonda e la Terra (pari a circa 30 volte la distanza Terra-Sole, poco meno di 5 ore luce) a cui si aggiunge la limitatezza dell'apparato di trasmissione a bordo che permette di inviare al massimo 1 kilobit per secondo. In queste condizioni il segnale trasmesso può essere captato solo grazie alle antenne da 70 metri che fanno parte del Deep Space Network (fonte). La limitatezza dell'apparato di trasmissione è a sua volta riconducibile sia all'anno di costruzione (prima del 2006) che delle restrizioni energetiche: la sonda non ha a disposizione fonti energetiche illimitate o ingenti, e come noi ben sappiamo inviare una banalissima foto nel cloud con il nostro smartphone consuma la batteria. Immaginate quindi l'energia che avrebbe dovuto essere allocata per inviare moltissime foto in HD a ... 4,6 ore luce di distanza.

In 4 giorni la sonda ha percorso quasi 3 milioni di miglia (4,8 milioni di chilometri). Alla velocità di avvicinamento attuale, entro la fine di giugno, la risoluzione delle immagini sarà circa quattro volte superiore rispetto a quella delle immagine realizzate intorno al 10 maggio. Nel momento di massima prossimità, la risoluzione sarà 5 mila volte superiore all'attuale.


Sebbene ancora poco chiare, le foto sembrano indicare che la calotta polare, altamente riflettente, è costituita da un qualche tipo di ghiaccio, ben difficilmente (per le temperature e caratteristiche del pianeta) fatto di acqua. Verosimilmente si tratta di azoto, monossido di carbonio e metano ghiacciati che durante l'anno sublimano, riempiendo così la tenue atmosfera, per poi ri-precipitare al suolo durante il successivo inverno.
La superficie appare una alternanza di macchie chiare e scure, ciascuna delle quali corrispondente a centinaia di chilometri. Se questa alternanza sia dovuta a caratteristiche geologiche, topografiche o alla composizione è molto difficile dirlo ora.

Nell'ultimo mese che ci separa all'obiettivo, gli scienziati della NASA avranno di che preoccuparsi data la estrema pericolosità di questa fase. Una delle caratteristiche dei pianeti nani è, come scritto sopra, il non avere "ripulito" la propria orbita dei tanti detriti presenti nell'anello di polvere del proto-sistema solare, i mattoni su cui i pianeti veri e propri sono sorti. La traiettoria della sonda è stata pensata per transitare nei pressi di Caronte per poi essere agevolmente catturata nell'orbita di Plutone. Il problema è che alla velocità di 48 mila chilometri all'ora, è sufficiente una particella di polvere delle dimensioni di un chicco di riso per causare danni fatali. Non parliamo quindi delle soprese che potrebbe riservare lo scoprire la presenza di una luna sconosciuta nell'orbita interna di Plutone.
Per ridurre al minimo il rischio di incappare in alcuna di queste "trappole", gli scienziati hanno preventivato tra l'11 maggio e il 1 luglio, sette sessioni di osservazione, ciascuno della durata di 45 minuti. In queste fasi il Long Range Reconnaissance Imager, uno zoom gigante con una apertura 20,8 centimetri, eseguirà la scansione dello spazio intorno a Plutone e alle sue cinque lune conosciute, alla ricerca di asteroidi.
Se dall'analisi emergesse un potenziale pericolo, si potrebbe procedere a modificare la traiettoria della sonda; sebbene ciò verosimilmente causerebbe la rinuncia ad alcune delle osservazioni previste, non attivare queste procedure equivarrebbe alla perdita della sonda. Anche così le procedure sono tutt'altro che semplici dato che il segnale Terra-Plutone necessita di almeno 4,6 ore per giungere a destinazione (se a questo sommiamo l'arrivo dei dati, la loro elaborazione, la scoperta del problema e il comando di cambio traiettoria è evidente che i margini di manovra sono risicati).

Le probabilità che la sonda sia colpita "nel modo sbagliato" da un detrito non rilevabile dai sensori?
Circa 1 su 10 mila. L'unico modo per evitare il problema sarebbe di stare alla larga da Plutone.
Le procedure di emergenza (e le traiettorie) sono stati già programmati (vedi la figura sottostante) e vanno dalla semplice rotazione della sonda in modo che la parte più resistente faccia le veci di uno schermo (senza variare la traiettoria),  alla scelta di un percorso che porti la sonda molto più vicino al pianeta (sperando che non ci sia una luna sconosciuta nell'orbita interna) fino all'estrema ratio di scegliere un percorso più lontano dal pianeta.

La traiettoria di avvicinamento prevista (rosso) e quelle alternative (giallo).
Source: NASA/JHU Appl. Phys. Lab./Southwest Res. Inst.
Ogni scelta implicherà un certo consumo di carburante il che potrebbe mettere a rischio il proseguimento della missione, finita la visita intorno Plutone, verso un secondo planetoide ancora non definito posto nella Fascia di Kuiper.

 Le ultime notizie (4 giugno) sono rassicuranti. Secondo quanto riportato dal sito "cosmo.com" sempre ben informato dei dati della NASA, la dinamica orbitale dei satelliti non è tale da porre la sonda a rischio di collisione.

Qui un video riassuntivo della missione



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Nel frattempo il 13 giugno Philae si è risvegliata ---> articolo

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Aggiornamento 1/7/2015

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Foto scattata il 28/6/2015 (credit: space.com/ NASA)
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Aggiornamento 12/7/2015

Plutone alla distanza di circa 1 milione di miglia

Segui QUI gli aggiornamenti

Fonti
- Spaceflightinsider
New Horizons | NASA
- Pluto-bound craft hunts for hazardous moons
  Nature, maggio 2015
- Twitter



Arrabbiarsi mette il cuore a rischio. Anche dopo che l'arrabbiatura è passata

Arrabbiarsi non fa bene
Un concetto sostanziato sia dalla nostra esperienza che dall'ampia cinematografia a riguardo in cui inevitabilmente l'esplosione emotiva del personaggio precede azioni altrimenti evitabili o malori anche fatali.

Ma per quanto l'aneddotica possa essere utile per identificare un problema, molto più utili sono i dati che provengono da studi specifici sul fenomeno. Tra questi lo studio condotto dall'università di Sidney prova che l'aumentato rischio di un attacco cardiaco non solo è un rischio reale ma che tale rischio permane nelle due ore successive alla deflagrazione emotiva.
I dati, pubblicati sulla rivista "European Heart Journal: Acute Cardiovascular Care", vengono da studi retrospettivi condotti su persone ricoverate in emergenza per problemi cardiaci e senza un storia pregressa di eventi simili. A tale scopo fu chiesto ai pazienti, come parte integrante nella anamnesi, di rispondere a domande circa eventuali esplosioni emotive (tra cui sentimenti di rabbia) nelle ore precedenti la comparsa dei sintomi cardiaci. In caso di risposta affermativa, dovevano quantificare l'entità della emozione provata assegnando punteggi tra 1 e 7. Secondo tale scala l'emozione negativa, quantificata per le sensazioni provate, assurgeva al sentimento di "rabbia" per punteggi uguali o superiori a 5. Tra i parametri chiave associati a punteggi "alti", stato di tensione corporea, lo stringere i pugni o denti, il ricordo di una sensazione di "stare per scoppiare" fino alle manifestazioni come il lancio di oggetti.
 Tra gli inneschi più comuni dell'esplosione emotiva vi sono discussioni familiari (29 per cento), discussioni con altri (42 per cento), rabbia sul posto di lavoro (14 per cento) e la classica rabbia dell'automobilista (14 per cento).
Se a questo stato emotivo si somma la presenza di uno stato di ansia allora la probabilità di un attacco cardiaco nelle due ore successive può essere fino a 9 volte maggiore rispetto a quella nei soggetti il cui punteggio era inferiore a 5.

La spiegazione fisiologica è abbastanza semplice ed è legata all'aumento di frequenza cardiaca, pressione sanguigna, vasocostrizione e alla formazione di coaguli, evento la cui probabilità aumenta con la irregolarità della contrazione cardiaca (come ben sanno le persone affetta da fibrillazione atriale). 
Attenzione, questo non vuol dire che arrabbiarsi equivale a "certezza" di evento cardiaco; all'interno del campione analizzato solo il 2 per cento aveva litigato nelle ore precedenti. Quello che varia è la probabilità che tale evento si verifichi, soprattutto se le arrabbiature sono molto frequenti o se sussistono condizioni di rischio pre-esistenti come ipertensione, colesterolo alto o l'essere fumatori.
Conoscere il rischio aggiunto che le arrabbiature comportano è solo un modo per esserne consapevoli e limitare per quanto possibile che ciò si traduca in un rischio reale. Implementare attività di autocontrollo respiratorie e cercare di pesare ogni evento per quello che è veramente (la maggior parte delle arrabbiature automobilistiche sono in effetti assolutamente risibili in quanto a motivazioni) sono metodi efficaci per minimizzare il ripetersi di arrabbiature non motivate.

Per le persone più soggette a tali scatti d'ira, tale consapevolezza dovrebbe essere un incentivo a partecipare ad attività volte a minimizzare i fattori di rischio mediante attività fisica quotidiana, una alimentazione corretta (il che non vuol dire francescana) e la riduzione, o meglio cancellazione, di abitudini deleterie come il fumo e l'alcol.

Fonte
- Triggering of acute coronary occlusion by episodes of anger
Thomas Buckley et al, European Heart Journal: Acute Cardiovascular Care, 23 Febbraio, 2015 


Il viaggio di AstroSamantha

Per vedere in tempo reale dove si trova ora la stazione spaziale orbitale ... questo è il link


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Dimentichiamo per una volta tutte le fesserie sentite in questi giorni sui media dell'importanza della missione di Samantha in quanto prima donna astronauta.
Segui la missione sul twitter ufficiale
(@AstroSamantha)
L'elemento chiave da sottolineare è che si tratta di una persona che ha creduto e voluto fortemente arrivare a certi livelli ed ha dimostrato di avere gli attributi (fisici ed intellettuali) per farlo.
Il fatto che poi si sia donna non dovrebbe fare notizia o usato come scusa per titoloni che mettano in secondo piano lei come persona.
Il fatto che sia italiana è invece una boccata di aria fresca in un paese troppo spesso impegnato a guardarsi l'ombelico.

Non si tratta la mia di una posizione solitaria, anzi ricalca in toto quella espressa in più occasioni dalla stessa Cristoforetti quando esprimeva il fastidio di essere vedere messo in secondo piano l'unico elemento importante, cioè la sua professionalità. Un elemento che è e deve essere sempre centrale se non si vuole opacizzare la portata dei sacrifici compiuti per raggiungere certi obiettivi.

La missione spaziale di Samantha Cristoforetti è iniziata alle 22 con il lancio della navetta Soyuz, ma ovviamente il lancio è solo l'attività più appariscente di una preparazione pluriennale.
L'equipaggio è composto dal comandante russo Anton Shkaplerov, dall'ingegnere di volo americano Terry Virts e - in qualità di primo ingegnere di bordo e copilota - dal capitano dell'Aeronautica Militare e membro del Corpo Astronauti dell'ESA Samantha Cristoforetti.

La missione dovrebbe durare circa sei mesi durante i quali Samantha condurrà diversi esperimenti di fisiologia. E' infatti l'occasione giusta per approfondire quegli aspetti del volo in assenza di gravità e di esposizione ai raggi cosmici che sembrano (in base a dati preliminari) impattare in modo diverso donne e uomini.

I video che seguono (aggiornati quando ne compariranno di nuovi) sono tutti provenienti dal sito dell'ASI (Agenzia Spaziale Italiana) a cui rimando per ogni altra delucidazione


Il momento del lancio
Copyright ESA–S. Corvaja, 2014
VIDEO


(credit youtube/WorldVideo)

Le fasi del docking
 
L'equipaggio sale a bordo della stazione spaziale

Welcome on board


La Terra vista da Samantha


Terra chiama Samantha



Buon anno da Samantha


Cartoline dalla cupola


In attesa del razzo con i nuovi esperimenti


La navicella Progress 59P con i rifornimenti non ce l'ha fatta
--> link
video dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)

Conseguenza immediata è che il rientro di Samantha slitta di un mese
--> qui il suo commento alla notizia. Se non sapessimo che ha un alibi a prova di tenente Colombo, e data la sua felicità nel sapere di potere rimanere ancora quasi un mese in orbita entrerebbe di fatto nella lista dei sospetti. :)
Il record attuale per una donna nello spazio è detenuto dalla Evans con 194 giorni (battibile con il rientro dopo il 6 giugno) mentre quello assoluto è di 437 giorni e 18 ore stabilito sulla vecchia stazione MIR.
Il precedente record italiano di Nespoli e Parmitano era di 159 e 166 giorni, rispettivamente.

Cosa succede durante il rientro in atmosfera
In attesa del rientro un video esaustivo di tutti i passaggi previsti per l'atterraggio della Soyuz. Video in inglese preparato dalla ESA.


Pronta per il rientro
Il tweet di @Avamposto42
"I portelli sono chiusi... e ora che succede?
 , ve lo raccontiamo qui :-)"
Chiusura porte e distacco della Soyuz


Atterraggio!!

Bentornata Samantha
Record permanenza nello spazio per una donna e record assoluto per astronauti italiani.

Subito dopo l'uscita il rientro.

  • Indice video di alcuni degli esperimenti compiuti durante la Expedition42 ---> NASA
  • Indice di tutti gli esperimenti compiuti dalla Expedition41 e 42 ---> NASA
  • Un video della NASA in 4K in cui compare anche Samantha ---> blog

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(video precedente sullo stesso tema --> il ritorno di Luca Parmitano
(potrebbe anche interessarti il video in HD su cosa vede un astronauta ---> qui)
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 Link utili
- Twitter ufficiale di Samantha Cristoforetti
- Sito ufficiale per seguire la missione e porre domane (Avamposto42)
- Agenzia Spaziale Italiana - video
- Agenzia Spaziale Europea

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